Gianfranco Ravasi
Grande Spirito la cui voce ascolto nel vento e il cui respiro fa vivere il mondo, ascoltami. Sono uno dei tuoi tanti figli e vengo a te. Sono piccolo e debole, ho bisogno della tua forza e della tua sapienza. Lasciami camminare tra le cose belle e fa' che i miei occhi possano ammirare il tramonto rosso e d’oro. Fa' che le mie mani possano rispettare ciò che hai creato e le mie orecchie sentire chiaramente il suono della tua voce…
In questo scampolo d’estate, in una domenica che s’affaccia ancora sulle vacanze, con un’ultima corsa dalla città verso i monti o il mare, abbiamo voluto far risuonare alcune righe di un canto al Grande Spirito divino degli Indiani Sioux che hanno popolato – con immagini spesso falsate – i film dell’adolescenza mia e di molti miei lettori. Ora essi sopravvivono nelle riserve americane del Dakota, del Montana e del Nebraska, ma la loro cultura è stata valorizzata, proprio attraverso la loro religiosità. Vorremmo sottolineare innanzitutto l’esaltazione del legame non tanto con la "natura" quanto piuttosto col "creato".
Infatti il mondo è visto come opera di Dio e in esso è possibile «sentire il suono della sua voce», come diceva anche l’antico Salmista biblico: «I cieli narrano la gloria di Dio». Uscire, quindi, in campagna anche per pregare, lodare, contemplare, comprendendo – come dice più avanti il canto dei Sioux – «ciò che di segreto hai posto in ogni foglia e in ogni roccia». Ma ci sono altri due motivi di riflessione che vorremmo far emergere dal prosieguo di quell’inno. Non è necessario spiegarne i contenuti, basta solo ascoltarne la voce: «Ti chiedo la forza non per primeggiare sugli altri ma per combattere il mio più grande nemico: me stesso. Fa’ che io sia sempre pronto a raggiungerti con mani pulite e occhi acuti, così che quando la vita se ne andrà come la luce al tramonto, il mio spirito possa senza vergogna venire a te».
Rubrica “Mattutino”,
Avvenire, 2 settembre 2007
Il marito deve dire a sua moglie: «Il tuo amore è per me più dolce e più caro di tutto il resto. Se dovessi perdere tutto, se dovessi soffrire,
non avrò paura se solo conservo il tuo amore».
Era vescovo nel IV secolo in una metropoli, anzi, in una capitale, Costantinopoli, e perciò - come ancor oggi accade nelle grandi città -
vedeva dispiegarsi davanti ai suoi occhi la gamma oscura delle crisi matrimoniali e familiari. Così S. Giovanni Crisostomo in una sua omelia
sul c. 5 della Lettera agli Efesini, in cui S. Paolo celebrava la grandezza del matrimonio cristiano, si abbandonava a questa intensa
esaltazione dell'amore coniugale. Non so quanti lettori e lettrici possono ripetere queste stesse parole alla loro moglie o al loro marito.
Eppure questo è l'ideale che già la Genesi delineava quando affermava che i due devono essere «una sola carne», cioè una sola esistenza e
persona. E Paolo commentava: «Nessuno prende in odio la sua carne, ma la nutre e la cura
» (Efesini 5, 29). Certo, la fragilità umana
conosce anche il momento della crisi: nello stesso Cantico dei cantici, che è un luminoso poema d'amore, ci sono ben due «notti oscure
» in cui i due sono lontani e tra loro cala il gelo dell'incomprensione. Ma l'amore non è come un oggetto che, una volta perso, lo si è
smarrito o distrutto per sempre. È una realtà vivente che può rinascere, come un tronco arido può ancora gettare germogli. Basta aver fiducia
e pazienza e non affrettarsi - come spesso oggi accade - a seppellire il matrimonio. Aveva ragione lo scrittore francese François Mauriac a
dire: «L'amore coniugale, che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benché sia anche il più
comune
».
Rubrica “Mattutino”,
Avvenire, 11 novembre 2007
<-- torna a 'R'
<-- torna alle 'frasi per autore'