dalla presentazione di
Il viaggio delle nuvole
Il carcere è pena per gesti che non andavano compiuti. Ma la persona non è mai tutta in un gesto che compie, buono o cattivo che sia.
Nella rapina c’è la mia aggressività, nell’elemosina la mia disponibilità, ma nell’una e nell’altra mancano la mia voglia di capire
perché il mondo va come va, la mia depressione del mattino, la mia allegrezza di stare con chi sa farmi ridere. Il carcere è per
castigare certi gesti, ma poi punisce anche parti che la persona forse non sapeva di avere, o che fossero importanti, parti innocenti che
magari si scoprono solo quando vengono ammutolite a forza, recise.
Si sente il bisogno di affermarle, le parti di sé che si rivelano o si rafforzano quando si è in cella.
La separazione rivela gli affetti. La solitudine li incanala in pensieri. L’applicazione li travasa in parole. E questa è poesia?
Quando si permette che le parole giochino fra loro, perfino il dolore diventa dicibile.