da
Il Gattopardo
di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi.
Tancredi
Il sole, che tuttavia era ben lontano in quel mattino del 13 Maggio dalla massima sua foga, si rivelava come l'autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni volenti, in violenze che partecipavano dell'arbitrarietà dei sogni.
Per rassicurare la figlia si mise a spiegare la scarsa efficacia dei fucili dell'esercito regio [...]; spiegazioni tecniche in mala fede per giunta, che pochi capirono e delle quali nessuno fu convinto ma che consolarono tutti perché erano riuscite a trasformare la guerra in un pulito diagramma di forze da quel caos estremamente concreto e sudicio che essa in realtà è.
[...] i villici di Donnafugata [...], avvezzi a vedere il Gattopardo baffuto danzare sulla facciata del palazzo, sul frontone delle chiese, in cima alle fontane, sulle piastrelle maiolicate delle case, erano curiosi di vedere adesso l'autentico Gattopardo in pantaloni di piqué distribuire a tutti zampate amichevoli e sorridere nel volto di felino cortese.
In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare".
Don Fabrizio Salina
[...] si capiva subito che Vincenzino era "uomo di onore"; uno di quegli imbecilli violenti capaci di ogni strage.
Come sempre la considerazione della propria morte lo rasserenava tanto quanto lo aveva turbato quella della morte degli altri; forse perché, stringi stringi, la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo?
La morte, sì, esisteva, senza dubbio, ma era roba ad uso degli altri; Don Fabrizio pensava che è per la ignoranza intima di questa suprema consolazione che i giovani sentono i dolori più acerbamente dei vecchi: per questi l'uscita di sicurezza è più vicina.
Come sempre il vederle [le stelle] lo rianimò; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi.
[...] le veniva meno adesso [...] la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità, consolazione che è l'ultimo ingannevole filtro dei disperati.
<-- 'frasi dai libri'
<-- 'Giuseppe Tomasi di Lampedusa'