da Io uccido
di Giorgio Faletti



«Anche in questo siamo uguali. L’unica cosa che ci fa differenti è che tu, quando hai finito di parlare con loro, hai la possibilità di sentirti stanco. Puoi andare a casa e spegnere la tua mente e ogni sua malattia. Io no. Io di notte non posso dormire,perché il mio male non riposa mai.»
«E allora tu che cosa fai, di notte, per curare il tuo male?»
«Io uccido…»

Forse il denaro non dà la felicità, ma aspettando che la felicità arrivi è un bel modo per passare il tempo.

«Noi siamo qui, siamo pronti, se possiamo servire a qualcosa. Per chi ci ha messo il cuore e altrettanto cuore non ha trovato, per chi si è sbagliato e ci ha messo troppo sale, per chi non avrà pace finché non riuscirà a scoprire in quale maledetto barattolo hanno nascosto lo zucchero, per chi rischia di annegare nella piccola alluvione delle sue lacrime. Siamo qui con voi e, nonostante tutto, come voi siamo vivi. Aspettiamo la vostra voce. Aspettatevi la nostra risposta. Io sono Jean-Loup Verdier e questa è radio Monte Carlo. Questa è Voices.»

Davanti ai suoi occhi c’erano tutti i colori del paradiso. Acqua azzurra, montagne verdi immerse nel mare, l’oro rosso del cielo in quel tramonto così dolce da spaccare il cuore.
Ma a calpestare il suolo c’erano loro, gli uomini di questa terra, uguali a uomini di cento altri posti, in guerra su ogni cosa e d’accordo su una sola: il tentativo disperato di distruggere tutto quanto.

Era normale che quel bisogno fisiologico arrivasse nel momento meno opportuno, secondo la logica distruttiva della casualità, che appena può rompere i coglioni agli esseri umani lo fa.

Io non credo in Dio […]. E questo non è un vantaggio […].
Questo significa che non c’è nessuno che mi perdona per il male che faccio.
Frank Ottobre

Nella luce soffusa, lei è sottile e dolce come la malinconia, ha i capelli neri e gli occhi sono verdi, talmente luminosi e grandi che li vede anche da lì.

Gente normale. Persone che vivevano come tanti, come tutti, forse con più denaro, forse con più felicità o con l’illusione di potersela procurare più facilmente. Forse era tutta apparenza e nient’altro. Per quanto dorata, una gabbia era sempre una gabbia, e ognuno era artefice del proprio destino. Ognuno costruiva la propria vita, o la distruggeva secondo le regole che si era imposto. O le regole che rifiutava di imporsi.
Per nessuno c’era scampo.

Hulot vide un uomo di trentotto anni con gli occhi di un vecchio a cui la vita aveva negato la saggezza. Vide un viso scuro, latino, coperto da un’ombra più scura dei suoi occhi e dei suoi capelli e dell’impronta della barba sulle sue guance.

Lo schermo fu pieno della macabra danza dell’uomo che uccide intorno all’uomo che deve morire. Io suo pugnale sembrava un ago che cuciva la morte sui vestiti di Yoshida, un costume rosso di sangue per il carnevale dell’inferno.

Dapprima fu la sua figura aggraziata, il senso dl passo sulla ghiaia, la camminata senza incertezze nonostante il terreno leggermente sconnesso. Poi il suo viso sotto la massa di capelli biondi, tra ombre di rami e di ciocche, e poi gli occhi, quegli occhi nei quali qualcuno pareva aver coltivato la tristezza per poi distribuirla a tutto il mondo.

Ora che la prospettiva era cambiata, poteva vedere che il resto della casa era tutto in rovina. Il tetto era quasi completamente crollato lasciando in piedi solo parte della sezione frontale. Travi annerite salivano al cielo come le dita scure dei cantori di un coro gospel, sbucando da quello che era rimasto della vecchia intelaiatura, dalla quale i coppi erano crollai a seppellire il terreno. I muri erano sbrecciati e incrostati di fuliggine, a testimoniare che quella casa era stata preda di un furioso incendio, che l’aveva quasi interamente devastata, lasciando solo la facciata come la costruzione posticcia di una scenografia teatrale.
E il tutto doveva essere successo parecchio tempo prima, se le erbacce e i rampicanti avevano avuto il tempo di riprendere possesso di quello che era sempre stato di loro proprietà. Sembrava che la natura, lentamente, stesse intessendo un delicato e paziente lavoro a maglia per ricoprire la ferita che gli uomini le avevano inferto.
[…] La vista da quel punto era stupenda. Si vedeva tutta la vallata, costeggiata di case isolate e vigneti alternati a macchie di vegetazione spontanea, che digradava fino a raggiungere Cassis, banca e bella, che stava appoggiata sulla costa come una donna a un balcone, a guardare il mare che delimitava l’orizzonte.
[…] Adesso le persiane chiuse e i muri segnati dal calore, la gramigna che infilava le sue radici nelle crepe come un borsaiolo le dita nelle tasche di una vittima ignara, davano un senso di desolazione e di abbandono da cui era difficile non farsi prendere.


<-- 'frasi dai libri'

<-- 'Giorgio Faletti'