Incipit
Prologo
Il re era morto: su questo non c'erano dubbi.
Il vecchio s'era recato al castello e veva visto i cavalieri in
armatura cerimoniale che trasportavano la salma del sovrano al lago
lasciandola poi andare alla deriva su una chiatta funebre.
Più tardi, quando i cavalieri si furono allontanati, il vecchio
scese al lago e recuperò la spada ingemmata del re dalle acque dove
l'avevano gettata. La portò con sé nella grotta dove ormai
trascorreva in solitudine gran parte del tempo.
Per molte notti, nella luce guizzante del fuoco, contemplò la
spada. E più di una volta pianse per il giovane che era stato suo
allievo e amico e per il quale aveva nutrito grandi speranze. Un
tempo aveva addirittura osato pensare che il giovane avrebbe regnato
in eterno.
Ma ormai quella speranza era morta.
Tutto moriva, pensò amaramente il vecchio.
Rimase in luttuosa meditazione fino al novilunio, poi tornò al
campo presso il castello e mescolò sabbia e calcare polverizzato con
l'acqua.
Scavò una fossa, vi collocò delicatamente la spada, quindi vi
versò la calce fino a ricoprirla.
L'arma non sarebbe mai stata ritrovata. Con il passare del tempo
anche il castello sarebbe stato distrutto. Nessuno avrebbe scritto
canti o storie sul re defunto. Sarebbe stato come se non fosse mai
esistito, come se nulla fosse accaduto.
E forse era meglio così. Forse era meglio lasciar morire i sogni
di giustizia.
Fu per questo che il vecchio indugiò accanto alla calce ormai
quasi asciutta dov'era racchiusa la spada e, con l'indice, tracciò
un messaggio?
Lo faceva, si disse, perché era un vecchio sciocco superstizioso.
Poi si incamminò voltando le spalle al castello ciclopico, e tornò
alla piccola grotta dove si avvolse nelle pelli animali e si sdraiò
per morire.
Ma si addormentò.
...e sognò.
...e attese.