Incipit
Queste sono le memorie di Myrdin Emreis, druido del bosco sacro di Gleva che i Romani chiamarono Meridius Ambrosinus, scritte affinchè i
posteri non dimentichino le vicende delle quali sono l'ultimo testimone. Ho varcato ormai da tempo le soglie dell'estrema vecchiezza e
non so spiegarmi perchè la mia vita continui a protarsi oltre i limiti che solitamente la natura assegna agli esseri umani. [...]
Quanto tempo è passato! Quanto tempo dai giorni tumultuosi di sangue e di odio, dagli scontri, dalle convulsioni di un mondo agonizzante
che ho visto crollare e che credevo immortale ed eterno. [...]
Troppa è la ressa dei ricordi, troppo forte il groppo che mi serra la gola, e la mano cade impotente sulla pagina bianca. Dovrò prima
evocare quelle immagini, ridare forza a quei colori, alla vita e alle voci affievolite dagli anni e dalla lontananza. Ricreare anche ciò
che personalmente non vidi, come fa il drammaturgo che rappresenta nelle sue tragedie scene che non ha mai vissuto.
Nevica sui colli di Carvetia. Tutto è bianco e silenzioso e l'ultima luce del giorno si spegne lentamente.
L'immagine cominciò lentamente a prendere forma ed era dapprima un luccichio confuso, un riflesso verdastro, poi prese contorni più netti
ed evidenti nel pallido sole del mattino: una grande vasca piena d'acqua, un mascherone in forma di satiro a bocca aperta che lasciava
gocciolare un rivolo gorgogliante nella grande piscina. In alto si incurvava una volta stillante da cui pendevano ciuffi di capelvenere e
da cui filtrava la luce da larghe crepe creando strani effetti luminosi sulle pareti e sulla superficie dell'acqua. Attorno alla vasca
c'erano dei piedistalli con i resti mutilati di statue. Un antico ninfeo abbandonato.