Descrizioni
(marzo 2004)


I draghi buoni e i cavalieri che li guidavano si raccolsero sulle distese ondulate ai piedi delle colline a est dei monti Vingaard. Qui i gelidi venti dell'inverno avevano ceduto il posto alle calde brezze del nord che scioglievano la brina che ricopriva il terreno. Il ricco odore della vegetazione in crescita e del rinnovamento profumava l'aria mentre i draghi salivano in alto descrivendo degli archi lampeggianti per prendere il loro posto nella formazione.
Era uno spettacolo da mozzare il fiato. Tasslehoff seppe che non l'avrebbe mai più dimenticato, l'avrebbe ricordato per sempre e anche oltre. Ali di bronzo e d'argento, d'ottone e di rame avvampavano alla luce del mattino. Le grandi dragonlance, montate sulle selle, sfavillavano al sole. Le armature dei cavalieri risplendevano vivide. La bandiera del Re Pescatore con il suo filo d'oro lanciava barbagli contro il cielo azzurro.
....
Formando una vibrante catena d'argento e di bronzo, i Draghi della Pietrabianca, come venivano chiamati, si levarono attraverso la Pianura Solamnica. Malgrado tutti i cavalieri in groppa ai draghi fossero stati addestrati al volo nei limiti concessi dal tempo (ad eccezione del nano che si era risolutamente rifiutato), quel mondo di nuvole basse e sfilacciate e d'aria che li investiva da ogni dove era ancora nuovo e straniero per loro.
I loro stendardi sbattevano incontrollabilmente al vento. I fantaccini sotto di loro sembravano niente più che insetti striscianti in mezzo alla prateria. Per qualcuno dei cavalieri in volo era un'esperienza esilarante. Per altri era un modo per mettere alla prova ogni briciolo di coraggio che possedevano.
Ma sempre davanti a loro, guidandoli con lo spirito e con l'esempio, volava Laurana sul grande drago d'argento che suo fratello aveva cavalcato dalle Isole dei Draghi. La stessa luce del sole non era più dorata dei capelli che scivolavano fuori da sotto il suo elmo. Laurana era diventata un simbolo per loro come la stessa dragonlance: snella e delicata, bella e micidiale. L'avrebbero seguita fino alle porte dell'Abbisso.
Le Cronache di DragonLance vol. III - I Draghi dell'Alba di Primavera - (cap.9) di Margaret Weis e Tracy Hickman

L'uomo -chiunque fosse- indossava una specie di maschera di Halloween, o almeno così sembrava. che altra spiegazione poteva esserci per il suo aspetto mostruoso? Il suo occhio sinistro era rotondo e folle, mentre quello destro era stretto e astuto, e la bocca, incorniciata da barba e baffi neri, era piegata all'ingiù da una smorfia di dolore. Ma niente di tutto questo era strano quanto ciò che gli spuntava sulla cima della testa. Aveva grandi orecchie pelose e due enormi corna, simili a quelle di un cervo tranne che per il fatto che vi spuntavano sette teste (quattro sul corno sinistro, tre su quello destro). Teste dotate di occhi, nasi e bocche. Non erano immobili, e non erano fatte di gomma o cartapesta. In breve quella che l'uomo portava non era una maschera. Quelle teste che spuntavano dai palchi erano vive...
[descrizione di John Dispitto]
da Abarat vol. I di Clive Barker

E l’immagine era quella di uno scintillio di bianco che si fondeva con l’orlo del cielo, e sussurrava azzurre parole remote di antiche favole e leggende che parlavano delle alte arcane montagne.
John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell’Anello

Alto due metri, bipede. Avvolto d'un fluttuante mantello nero, il volto eternamente nascosto da un funzionale quanto bizzarro schermo respiratore di metallo nero - il Signore Nero di Sith apparve come una paurosa minaccia nel passaggio dell'astronave ribelle.
La paura era il seguito di tutti i Signori Neri. La sensazione di male emanata da colui che ora era apparso era tanto intensa da far indietreggiare le incallite truppe imperiali, tanto minacciosa da indurre ogni aperta rivolta a un nervoso borbottio sommesso. I più decisi membri dell'equipaggio ribelle abbandonavano ogni idea di resistenza, si accasciavano e fuggivano in panico alla mera vista dell'armatura nera eppure molto meno funerea dei pensieri della mente dell'uomo che si celava dietro essa.
Questa mente era adesso dominata da un solo pensiero ossessionante che animava i passi di Darth Vader mentre attraverso un altro passaggio si dirigeva verso la centrale di combattimento messa fuori uso. Il fumo si stava diradando, sebbene l'eco di lontani combattimenti risuonasse ancora nello scafo. Dov'era lui la battaglia era cessata.
Guerre Stellari di George Lucas

La sollevò e cominciò a salire le scale. La testa di lei posava sul suo petto e Rossella udiva il martellare del suo cuore. Si sentiva soffocare; provò a gridare, sgomenta. Egli continuò a salire nelle tenebre. Era un estraneo, un pazzo; e nell'oscurità che l'atterriva era più buia della morte. Lui stesso era come la morte; e la trasportava su braccia nodose che le facevano male. Egli si fermò sul pianerottolo e voltandole improvvisamente il capo la baciò con una violenza che distrusse in lei ogni altra sensazione, eccetto il buio in cui si sentiva sprofondare e quelle labbra sulle sue. L'uomo tremava, come se fosse scosso da un vento di tempesta; e le sue labbra, scendendo dalla bocca di lei, trovarono la carne morbida che lo scialle, cadendo, aveva lasciato scoperta. Mormorava parole che ella non udiva; le sue labbra suscitavano in lei sensazioni mai provate. Ella era immedesimata nella tenebra; ed egli pure era tenebra; nulla era mai esistito prima di quel momento se non l'oscurità e quelle labbra di fuoco. Cercò di parlare, ma egli le chiuse ancora la bocca con la sua. E ad un tratto ella provò un brivido che non aveva mai conosciuto: gioia, terrore follia, eccitazione, abbandono a braccia che erano troppo forti, labbra troppo cocenti, fato troppo rapido. Per la prima volta in vita sua aveva trovato qualcuno più forte di lei, qualcuno che non poteva tiranneggiare, né spezzare, qualcuno che la tiranneggiava e la spezzava. E le morbide braccia di le si strinsero al collo maschile e le sue labbra tremarono sotto quelle di lui mentre essi salivano ancora nell'oscurità dolce e vorticosa che li avvolgeva completamente.
Via col vento (p.855) di Margaret Mitchell

Nella luce soffusa, lei è sottile e dolce come la malinconia, ha i capelli neri e gli occhi sono verdi, talmente luminosi e grandi che li vede anche da lì.
Io uccido di Giorgio Faletti

Gentle aprì la porta troppo in fretta per trovarsi preparato a quello che lo aspettava dall'altra parte. Ma anche se avesse avuto il tempo non avrebbe mai potuto immaginare l'aspetto di Pie'oh'pah, dato che in tutti qui mesi trascorsi insieme non l'aveva mai visto nudo. Ora era li, nudo, e in Gentle lo choc provocato dalla sua bellezza fu superato solamente dall'umiliazione che ne seguì. Aveva un corpo pacato quanto il viso, tanto ambiguo quanto semplice. Non aveva peluria in nessuna parte del corpo; non aveva capezzoli ne ombelico. In mezzo alle gambe aveva ciò che gli permetteva di cambiare il proprio io.[...] Era una forma genitale che gli si muoveva nell'inguine come una colomba impazzita, e a ogni movimento ricreava il suo cuore rifulgente, tanto che Gentle, come ipnotizzato, ne scopriva ogni volta una nuova configurazione. In essa si rispecchiava la sua stessa carne così come gli si era rivelata al momento del passaggio attraverso i Domini. C'era il cielo sopra Patashoqua e il mare oltre la finestra dalle imposte chiuse che voltava il proprio dorso solido verso l'acqua vivente. e il respiro, soffiato nel pugno chiuso; e la forza che ne irrompeva: tutto li, era tutto li.
[descrizione di Pie'oh'pah mystif Eurhetemec]
da Imagica di Clive Barker

La bottiglia è azzurra e vanta una storia antichissima. E qualcuno attribuisce al suo contenuto la segreta essenza dell'universo in pericolo perchè si sta esaurendo e non ne rimangono che poche gocce, al massimo due.
Profumo di Jitterburg di Tom Robbins

La barbabietola è il genere di verdura più profondo. Il ravanello è senza dubbio il più febbrile, però il suo è un fuoco freddo, il fuoco dell'insoddisfazione e non della passione. I pomodori sono già più gagliardi, attraversati però da una vena frivola. Le barbabietole, invece, sono mortalmente serie. [...] La barbabietola è un tipo di verdura malinconico, quello più disposto a soffrire. Non si può certo cavar sangue da una rapa...
Profumo di Jitterburg di Tom Robbins

Si augurò che, voltandosi a guardarla...
Vedesse i suoi capelli sciolti sul cuscino, una cascata di tenebra densa e fonda come una notte senza stelle, che dilagava sul lenzuolo di seta azzurra.
Vedesse il suo volto, candido come le nevi di primavera, radioso per la luce rubata alla luna. Vedesse il suo corpo, tutto curve sinuose e provocanti sotto il copriletto serico, su cui campeggiava uno stemma ricamato che rappresentava due gru bianche in campo dorato, con la gola scarlatta per la frenesia dell'accoppiamento, sospese a mezz'aria in una danza che era nello stesso tempo un duello.
Lei confidava soprattutto nel potere della notte. I capelli scuri, curati e lucenti, erano una delle sue attrattive maggiori, mentre le nevi di primavera potevano rappresentare una pietra di paragone troppo azzardata per la sua carnagione, anche ammettendo una generosa licenza poetica.
[descrizione della geisha Heiko] da Nube di passeri di Takashi Matsuoka

Il paesaggio si era trasformato. Dove prima si stendeva la verde vallata i cui erbosi pendii lambivano le imponenti colline, ora giganteggiava una foresta. Grandi alberi nudi e silenti si ergevano, un filare dopo l’altro, con i loro rami nodosi e le loro chiome canute; le radici contorte erano sepolte nella profonda erba verde.
John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli - Le due Torri

Dinanzi a lui, sul limitare di una porta dorata, stavasene ritta una fanciulla di meravigliosa bellezza, col più angoscioso terrore dipinto sul volto.
Poteva avere quattordici anni. La sua taglia era graziosa e di forme superbamente eleganti.
Aveva i lineamenti d'una purezza antica, animati dalla scintillante espressione della donna anglo-indiana.
La pelle rosea, d'una morbidezza impareggiabile; gli occhi grandi, neri e scintillanti come diamanti; un naso diritto che nulla aveva d'indiano, labbra sottili, coralline, schiuse in un melanconico sorriso che lasciava scorgere due file di denti d'abbagliante bianchezza; una opulenta capigliatura d' un castano cupo, fuligginoso, separata sulla fronte da un mazzetto di grosse perle, era raccolta in nodi ed intrecciata con fiori di sciambaga dal soave profumo.
....
Ad un tratto quella fanciulla fece un passo innanzi lasciando cadere a terra l'ampio sari di seta, orlato d'una larga striscia azzurra, fregiata di complicati disegni, che la ricoprivala come un ampio mantello.
Un fascio di luce abbagliante l'avvolse, togliendola alla vista del cacciatore di serpenti che fu forzato a chiudere gli occhi.
Quella fanciulla era coperta letteralmente d'oro e di pietre preziose d'inestimabile prezzo. Una corazza d'oro, tempestata dei più bei diamanti del Golgonda e del Guzerate decorata del misterioso serpente colla testa di donna, le racchiudeva tutto il seno e spariva in un largo scialle di cachemire trapunto d'argento, che cingevale i fianchi; molteplici collane di perle e di diamanti le pendevano dal collo, grossi come nocciuole; larghi braccialetti pur tempestati di pietre preziose le ornavano le nude braccia, ed i calzoncini larghi, di seta bianca, erano stretti sul collo dei piedi nudi e piccini, da cerchietti di corallo della più bella tinta rossa. Un raggio di sole, penetrato da uno stretto pertugio, battendo sopra quella profusione di ori e di gioie aveva per così dire immersa la giovanetta in un ùmare di luce d'un fulgore accecante.
[descrizione di Ada, la futura moglie di Tremal-Naik mentre è prigioniera dei Tugs che la adorano come rappresentante della dea Kali]
da I Misteri della Jungla Nera di Emilio Salgari

Oh, ch'ella insegna davvero alle torce a splendere di viva luce! par ch'ella penda dalle gote della notte, come un prezioso gioiello dall'orecchio di una etiope. È una bellezza di troppo valore perchè se ne possa far qualche uso, e troppo preziosa per questa terra! tal si offrirebbe alla vista una nivea colomba in mezzo a un branco di corvi, quale quella giovane si mostra in mezzo alle sue compagne. Come sia finita la danza, vorrò osservare dove ella si ritragga e, toccando la sua, benedirò di felicità la mia mano rude. Il mio cuore ha forse mai amato, fino a questo giorno? sbugiardalo, o vista! perchè non ho mai veduto, prima di stanotte, la vera bellezza.
[descrizione di Giulietta fatta da Romeo la prima volta che la vede]
Romeo e Giulietta di William Shakespeare

Lo sconosciuto era un niomo. Perlomeno, così Masklin dovette presumere. Era alto come un niomo, si muoveva come un niomo...
Ma che razza di vestiti!
Il colore di base, per il vestiario d'un niomo, e il color fango. Questo per motivi pratici. Grimma conosceva una cinquantina di modi per ricavare tinture da piante selvatiche; e tutte davano un colore che, fondamentalmente, era quello della melma. Ora fango giallognolo, ora brunastro, talvolta melma grigia, talatra perfino verdognola, ma pur sempre, insomma, fango. E la cosa aveva un senso, altroché. Perché il niomo che fosse andato in giro vestito di rosso sgargiante, di turchino o di giallo zafferano, avrebbe avuto si e no una mezz'oretta di vita prima di finire nell'apparato digerente di qualcuno.
Invece questo niomo pareva un arcobaleno. Indossava abiti dai colori vivaci, d'una stoffa fine come carta stagnola, una cintura con borchie fatte di schegge di vetro, stivaletti di cuoio grezzo e cappello piumato. Parlando, si percuoteva la coscia con una correggia di cuoio che risultò essere il guinzaglio della pantegana.
Masklin era basito.
Il Piccolo Popolo dei Grandi Magazzini di Terry Pratchett

Gente normale. Persone che vivevano come tanti, come tutti, forse con più denaro, forse con più felicità o con l’illusione di potersela procurare più facilmente. Forse era tutta apparenza e nient’altro. Per quanto dorata, una gabbia era sempre una gabbia, e ognuno era artefice del proprio destino. Ognuno costruiva la propria vita, o la distruggeva secondo le regole che si era imposto. O le regole che rifiutava di imporsi.
Per nessuno c’era scampo.
[descrizione di Montecarlo, la città in cui è ambientato il romanzo]
da Io uccido di Giorgio Faletti

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era solo il suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca e guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo poggiava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. […] La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise li come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: - addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme………-
da I promessi sposi di Alessandro Manzoni

Emily si girò a guardare il castello alle loro spalle. La prima volta che lo aveva visto non aveva saputo mascherare una delusione cocente. E quello sarebbe stato un castello? Ma dov’erano le mura possenti e le torri di pietra, i parapetti e i bastioni, i merli e le feritoie, il ponte levatoio e il fossato?[…] Com’erano cambiate le sue convinzioni nel giro di due settimane, rifletteva adesso.
La fortezza Nube di Passeri appariva così leggera che i suoi sette piani sembravano fluttuare sopra la scogliera a picco sul mare. La base di pietra formava un’elegante parabola concava, che svettava verso l’alto per sorreggere pareti di stucco bianche come nuvole estive. Le mura erano coronate dagli archi e dalle curve sinuose dei tetti ricoperti di tegole di terracotta grigia. Dal punto in cui si trovava in quel momento in sella alla sua giumenta, a circa tre chilometri dal castello, poteva immaginare senza sforzo che le tegole fossero passeri sul punto di spiccare il volo. Quell’edificio possedeva un’eleganza eterea che, per contrasto, faceva apparire grevi e ancorate al suolo le massicce costruzioni di pietra delle sue fantasie infantili.
da Nube di Passeri di Takashi Matsuoka

Sapeste com’è bella, signore! Stupenda! A volte come un grande albero in fiore, a volte come un bianco narciso, piccolo ed esile. Dura come un diamante, soffice come un raggio di luna. Calda come il sole, fredda come il gelo delle stelle. Fiera e distante come un monte di neve, più allegra di una ragazza che di primavera s’intreccia margherite fra i capelli. Ma sono tutte sciocchezze, e non rendono per nulla l’idea.
[descrizione di Galadriel, fatta da Sam]
John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli - Le due Torri

Hulot vide un uomo di trentotto anni con gli occhi di un vecchio a cui la vita aveva negato la saggezza. Vide un viso scuro, latino, coperto da un’ombra più scura dei suoi occhi e dei suoi capelli e dell’impronta della barba sulle sue guance.
[descrizione di Frank Ottobre]
Giorgio Faletti, Io uccido

Un pallido sorriso, come il raggio di un sole freddo in un pomeriggio invernale, passò sul viso del vecchio.
[descrizione di Denethor, il sovrintendente di Gondor]
John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re

…rimasero a fissare terrorizzati l’animale.
Era magnifico.
Alto non meno di un metro e cinquanta, anche se stava sulle quattro zampe, e tutto nero. Nero come la pece dalla testa ai piedi.
Era una specie di giaguaro. Un gigantesco giaguaro nero.
Gli occhi brillavano giallastri al chiarore della luna, e la fronte aggrottata per la rabbia, le spalle curve e muscolose e le zanne simili a sciabole lo facevano sembrare l’incarnazione del demonio.
In quel momento, la morbida luce lunare che illuminava azzurrina il portale del tempio fu improvvisamente squarciata da un lampo di luce abbagliante, e nell’assordante rombo ti tuono che seguì il grosso animale emise un ruggito.
Forse un segnale.
Perché in quell’istante, in quel preciso istante, una dozzina o più di giganteschi felini neri si precipitarono fuori dall’oscurità del tempio, attaccando…
da Tempio di Matthew Reilly

Lo schermo fu pieno della macabra danza dell’uomo che uccide intorno all’uomo che deve morire. Io suo pugnale sembrava un ago che cuciva la morte sui vestiti di Yoshida, un costume rosso di sangue per il carnevale dell’inferno.
Giorgio Faletti, Io uccido

Dapprima fu la sua figura aggraziata, il senso del passo sulla ghiaia, la camminata senza incertezze nonostante il terreno leggermente sconnesso. Poi il suo viso sotto la massa di capelli biondi, tra ombre di rami e di ciocche, e poi gli occhi, quegli occhi nei quali qualcuno pareva aver coltivato la tristezza per poi distribuirla a tutto il mondo.
[descrizione di Helena Parker, mentre Frank la guarda arrivare]
Giorgio Faletti, Io uccido

Non riposava veramente. Era morta. Ma la sua bara era trasparente come il cristallo. […]
La giovane donna imprigionata sotto il ghiaccio sembrava fragile e tenera come un sogno. Il fulgore della sua chioma d’oro rispondeva come fiamma di torcia. Le sue palpebre, benché chiuse, lasciavano trasparire il blu gelido degli occhi, come se l’usura del ghiaccio avesse reso diafana la tenue pelle che proteggeva lo sguardo. Il suo viso era bianco come la neve.
Yuko la guardò in silenzio, soggiogato da tanta bellezza.
[descrizione di Neve]
da Neve di Maxence Fermine

Il passo dei danzatori divenne sempre più veloce e sempre più acuti diventarono i loro gridi fieri e selvaggi. Le donne si alzavano e si abbassavano tutte insieme, strillando con tutto il fiato che avevano in gola. Le lance venivano brandite ferocemente, e quando i ballerini si piegavano per battere i loro scudi sul duro terreno lo spettacolo assumeva un aspetto così primitivo e selvaggio da sembrare eseguito da un popolo vissuto parecchi secoli prima di noi.
Quando l'eccitazione fu al colmo, anche l'Uomo Scimmia balzò in piedi, unendosi alla cerimonia. In mezzo al circolo dei corpi neri e lucenti, egli saltava, ruggiva e agitava la sua pesante lancia col medesimo folle abbandono che aveva invaso i suoi compagni. L'ultimo resto di civiltà era scomparso: egli era tornato nuovamente e per intero un uomo primitivo che danzava libero e senza freni, lieto della sua vita feroce e selvatica, festeggiando il proprio regno tra quei barbari negri.
da Il ritorno di Tarzan, Edgar Rice Burroughs

« Una grande Ombra è scomparsa », disse Gandalf, e poi rise, e il suono era simile a musica o ad acqua in una terra riarsa; e nell’ascoltare, Sam si rese conto di non aver udito ridere, di non aver udito la semplice espressione della letizia, per giorni e giorni senza fine. Suonava alle sue orecchie come l’eco di tutte le gioie vissute. E improvvisamente si mise a piangere. Poi, come il vento di primavera spazza via la pioggia perché il sole brilli con maggiore intensità, le sue lacrime cessarono ed egli scoppiò a ridere, e balzò ridendo dal letto.
« Come mi sento? », gridò. « Beh, non so come dirlo. Mi sento, mi sento », agitò le braccia, « mi sento come la primavera dopo l’inverno, il sole sulle foglie, e come trombe ed arpe e tutte le canzoni che ho udite! »
[descrizione della gioia]
John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re

Ora che la prospettiva era cambiata, poteva vedere che il resto della casa era tutto in rovina. Il tetto era quasi completamente crollato lasciando in piedi solo parte della sezione frontale. Travi annerite salivano al cielo come le dita scure dei cantori di un coro gospel, sbucando da quello che era rimasto della vecchia intelaiatura, dalla quale i coppi erano crollai a seppellire il terreno. I muri erano sbrecciati e incrostati di fuliggine, a testimoniare che quella casa era stata preda di un furioso incendio, che l’aveva quasi interamente devastata, lasciando solo la facciata come la costruzione posticcia di una scenografia teatrale.
E il tutto doveva essere successo parecchio tempo prima, se le erbacce e i rampicanti avevano avuto il tempo di riprendere possesso di quello che era sempre stato di loro proprietà. Sembrava che la natura, lentamente, stesse intessendo un delicato e paziente lavoro a maglia per ricoprire la ferita che gli uomini le avevano inferto.
[…] La vista da quel punto era stupenda. Si vedeva tutta la vallata, costeggiata di case isolate e vigneti alternati a macchie di vegetazione spontanea, che digradava fino a raggiungere Cassis, banca e bella, che stava appoggiata sulla costa come una donna a un balcone, a guardare il mare che delimitava l’orizzonte.
[…] Adesso le persiane chiuse e i muri segnati dal calore, la gramigna che infilava le sue radici nelle crepe come un borsaiolo le dita nelle tasche di una vittima ignara, davano un senso di desolazione e di abbandono da cui era difficile non farsi prendere.
Giorgio Faletti, Io uccido

Mi voltai leggermente: la giovane donna severa con la bambina. Occhi color caramello bruciato su una faccia di mandorla amara. Due cerchi d'oro alle orecchie, da cui pendeva una piccola corniola. All'improvviso ebbi un'illuminazione: era la figlia del mio senatore, era Elena.
da Le miniere dell'Imperatore di Lindsey Davis

L'immagine cominciò lentamente a prendere forma ed era dapprima un luccichio confuso, un riflesso verdastro, poi prese contorni più netti ed evidenti nel pallido sole del mattino: una grande vasca piena d'acqua, un mascherone in forma di satiro a bocca aperta che lasciava gocciolare un rivolo gorgogliante nella grande piscina. In alto si incurvava una volta stillante da cui pendevano ciuffi di capelvenere e da cui filtrava la luce da larghe crepe creando strani effetti luminosi sulle pareti e sulla superficie dell'acqua. Attorno alla vasca c'erano dei piedistalli con i resti mutilati di statue. Un antico ninfeo abbandonato.
[Anno Domini 476, questo antico ninfeo si trova in una laguna che i suoi 500 abitanti chiamano Venetia...] da L'Ultima Legione di Valerio Massimo Manfredi

Non giudicarmi crudele perché obbedisco all’irresistibile legge della mia forza e della mia debolezza. Se il tuo piccolo cuore è ferito, anche il mio sanguina con il tuo. Nell’estasi della mia grande umiliazione, io vivo nella tua calda vita e tu morirai… morirai dolcemente… nella mia vita. Non posso farne a meno; come io mi avvicino a te, così tu, a tua volta, ti accosterai ad altri, e capirai l’estasi di questa crudeltà che è sempre amore.
[descrizioni dell’amore]
da Carmilla, di Joseph Sheridan Le Fanu

Mi giudicherai crudele, egoista, ma l’amore è sempre egoista; più è ardente, più è egoista.
[descrizioni dell’amore]
da Carmilla, di Joseph Sheridan Le Fanu

Mentre la carrozza si avvicinava a Pemberley, Elizabeth ne spiava, con un certo turbamento, l’apparire, e quando finalmente entrarono nella proprietà, il suo animo era profondamente agitato.
Il parco era vastissimo, e comprendeva una grande varietà di coltivazioni. Entrarono in uno dei punti più bassi e per qualche tempo la vettura percorse un bosco stupendo, che si stendeva su una vasta superficie. […]. Salirono gradatamente per circa mezzo miglio e si trovarono finalmente in cima a un’altura dove il bosco cessava, e da cui l’occhio spaziava su Pemberley-House, situata sul lato opposto di una valle dove la strada sboccava con una brusca curva. Il grande e bel fabbricato sorgeva su di un terreno rialzato che aveva per sfondo delle alte colline boscose, ai cui piedi scorreva un corso d’acqua che andava allargandosi, senza aver tuttavia nessuna apparenza di artificio. Le sue rive non erano né regolari né abbellite di ornamenti leziosi. Elizabeth era entusiasta. Non aveva mai visto un posto così favorito dalla natura o dove la bellezza naturale fosse così poco sciupata dal cattivo gusto. […]. Discesero la collina, attraversarono il ponte e giunsero all’ingresso…
da Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen

La solitudine è uno stupro compiuto sulla natura umana.
Daniel Defoe

Nicholai partì per il Giappone su una nave che riportava a casa dei soldati feriti: per una licenza, una decorazione, un ricovero in ospedale, una vita sotto il peso di una mutilazione. Il fango giallo dello Yangtze seguì la nave per miglia dentro il mare, e solo quando l'acqua cominciò a passare dal cachi al blu ardesia Nicholai svolse il pezzo di stoffa che copriva il dono d'addio di Kishikawa-san. Dentro il legno di sandalo in una fragile scatolina, fasciate nella carta per evitare danni, c'erano due Go ke di lacca nera intarsiata d'argento all'uso Heidatsu. Sui coperchi delle ciotole erano appena accennate lacustri case da tè avvolte nella nebbia, strette alle rive di laghi invisibili. Dentro una ciotola c'erano nere pietruzze Nichi di Kishiu. Nell'altra, pedine bianche di conchiglie di Miyazaki... lucide, curiosamente fresche al tatto in ogni stagione.
Nessuno che osservasse il delicato giovanotto affacciato al parapetto del cargo rugginoso, con i verdi occhi nascosti fissi sul rimescolio del mare mentre contemplavano i due doni fattigli dal generale - le due Go ke eShibumi, lo scopo di una vita - avrebbe mai creduto che era destinato a diventare l'assassino meglio pagato della terra.
da Il ritorno delle gru, Trevian

"Vieni, prendiamo il caffè insieme, Julie"
C'era un modo di evitarlo? Si girò tenendo gli occhi bassi, andò verso il tavolo e sollevò lo sguardo solo quando fu inevitabile, allora vide Henry che le stava di fronte con una tazza fumante in mano.
C'era qualcosa di estremamente insolito in quel gesto, nel modo in cui le offriva la tazza, nella faccia stranamente inespressiva.
Ma non ebbe più di un secondo per queste considerazioni, perché quello che vide alle spalle del cugino la impietrì. Era contrario a ogni logica, ma i suoi sensi ne fornivano una prova innegabile.
La mummia si stava muovendo. Il braccio destro della mummia era proteso in avanti, con le bende strappate che pendevano, e la creatura era uscita dal sarcofago dorato. Il grido le si gelò in gola. La cosa le stava venendo incontro sollevando polvere dalle bende fradice che la ricoprivano; un forte odore di polvere e di marcio invase la stanza.
da La Mummia di Anne Rice




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