scritto da Phoebes
domenica 10 settembre 2006
alle 17:09
Categoria : Cruz Smith
Questa prima frase la dice Andreev, un antropologo, commentando delle ricostruzioni di ominidi del passato:

Sì, sono piuttosto notevoli. Più robusti di noi quasi tutti, a volte dotati di capacità cerebrale superiore alla nostra, persino contemporanei a noi per certi versi… ma condannati dalla loro incapacità a scrivere testi sull’evoluzione…

Questa è un considerazione che non fa nessun personaggio in particolare, ma che esprime un pensiero del protagonista, Arkady:

L’amore non è una violetta che sboccia e appassisce. L’amore è un’erbaccia che cresce anche al buio.

«Non importa quanto sia assurda una bugia, se questa bugia è la tua unica speranza di scappare. […] Non importa quanto sia ovvia la verità, se la verità è che non ci riuscirai mai, a scappare.»
Irina

 
Arkady non l’aveva mai saputo, di avere tante lacrime. Ricordò quando aveva il coltello di Unmann infilato nella pancia: l’unica altra volta in cui qualcosa era sgorgato da lui, così copiosamente. E il dolore non era poi tanto diverso.

 
Quest’ultima frase è un po’ spoiler, essendo proprio l’ultima del libro, perciò lascerò il dovuto spazio, e la scriverò in bianco. Per leggerla, selezionatela col mouse!

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Ed era ogni volta un’emozione, quando una gabbia si spalancava e un atro zibellino selvaggio sfrecciava via, verso la neve e la libertà – nero su bianco – finché spariva.

 
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