scritto da Phoebes
martedì 3 Febbraio 2009
alle 15:21
Categoria : Deledda



di Grazia Deledda

Titolo: Canne al vento
Genere: classico
Autore: Grazia Deledda (autobiografiaWikipedia)
Nazionalità: italiana
Prima pubblicazione: 1913
Ambientazione: Sardegna, inizi XX secolo
Personaggi: Efix, Ruth, Ester e Noemi Pintor
Casa Editrice: Mondadori
Pagine: 238
Link al libro: GOODREADSANOBII
inizio lettura: 24 gennaio 2009
fine lettura: 2 febbraio 2009

Donna Ester: Perché la sorte ci stronca così, come canne?
Efix: Sì, siamo proprio come le canne al vento […]! Siamo canne, e la sorte è il vento.

Il segnalibro che ho usato durante la lettura è stato realizzato da Barbottina.

Delle volte ho il sospetto che un autore, per meritare di essere un Premio Nobel, debba essere difficile da capire. Questo libro in un certo senso conferma questa mia ipotesi. Non che sia complicato, anzi, è molto semplice, ma si presta a tante di quelle interpretazioni, che alla fine non posso dire di averlo veramente capito. Tutto questo non è una nota negativa, anzi, tutt’altro: il libro mi è piaciuto!

Le canne al vento del titolo sono Efix e le sue tre padrone, ultime eredi di una famiglia decaduta, sono i loro vicini e parenti, siamo un po’ tutti, canne sbattute dal vento della sorte.

Affascinante affresco della Sardegna dell’inizio del secolo scorso con febbre, pregiudizi, onore, colpe, e superstizione. Una superstizione così viva e presente nella vita di ognuno, da risultare affascinante anche per me che di solito aborro questo tema. Insieme a tutto questo, una natura ancora possente e viva e presente e bellissima, che muta con le stagioni e accompagna il nostro Efix sia nei suoi peregrinaggi che nelle sue soste.

Una lettura piacevole e molto soddisfacente come mio secondo approccio ai Nobel.

Motivazione del Premio Nobel per Deledda
Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi.

Sfide

Un po’ di frasi

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costruito un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza osta sulla bianca collina dei Colombi
[incipit]

Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di sé stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo.

Sappiamo, sappiamo… e non sappiamo mai niente, vossignoria mia! Il cuore non è mai vecchio.
La vecchia Pottoi

Un usignuolo cantò sull’albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l’avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l’amore, il delitto, il rimorso, la preghiera, il cantico del pellegrino che va e va e non sa dove passerà la notte ma si sente guidato da Dio, e la solitudine verde del poderetto laggiù, la voce del fiume e degli ontani laggiù, l’odore delle euforbie, il riso e il pianto di Grixenda, il riso e il pianto di Noemi, il riso e il pianto di lui, Efix, il riso e il pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano nelle note dell’usignuolo sopra l’albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell’ultima foglia ficcata dentro una stella.

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