Dopo aver vegetato per secoli nella mia libreria, finalmente una sfida mi ha dato l’occasione di leggere questo libro.
Rivolgendosi al fratello Gallione, Seneca esprime il suo parere sulla vera felicità, e su come essa sia strettamente collegata con la virtù.
Sono contenta di aver finalmente letto questo libro, che avevo in libreria da secoli e probabilmente in wishlist da millenni. Purtroppo però non mi è piaciuto! Intanto quello che Seneca dice l’ho trovato (in mancanza di una parola migliore) scontato: tutto questo discorso che il piacere è cattivo mentre la virtù è buona… insomma, mi riesce difficile credere che riuscisse veramente a convincere qualcuno con questi argomenti! E poi, sempre le stese cose, ripetute un sacco di volte… il libro è corto, ma poteva esserlo ancora di più senza tutta quella ridondanza.
Nel poco che ricordo dei miei studi classici, Seneca era uno stoico, cioè apparteneva a quella corrente filosofica diametralmente opposta all’epicureismo. Però Seneca dice di non disprezzare Epicuro perché secondo lui il piacere elogiato da questi non era quello che elogia la maggior parte della gente: ho trovato interessante questa cosa!
Commento generale.
Libro abbastanza noioso, senza contare che comunque più che un libro che parla di felicità a me è parso che parli di virtù. Troppo ripetitivo e poco convincente. Sono però contenta di averlo finalmente letto!
Vivere, Gallio frater, omnes beate volunt, sed ad pervidendum quid sit quod beatam vitam efficiat caligant; adeoque non est facile consequi beatam vitam, ut eo quisque ab ea longius recedat quo ad illam concitatius fertur, si via lapsus est; quae ubi in contrarium ducit, ipsa velocitas maioris intervalli causa fit.
Gallione, fratello mio, tutti aspiriamo alla felicità, ma, quanto a conoscerne la via, brancoliamo come nelle tenebre. È infatti così difficile raggiungerla che più ci affanniamo a cercarla, più ce ne allontaniamo, se prendiamo una strada sbagliata; e se questa, poi, conduce addirittura in una direzione contraria, la velocità con cui procediamo rende sempre più distante la nostra meta.
[incipit]
Nihil ergo magis praestandum est quam ne pecorum ritu sequamur antecedentium gregem, pergentes non quo eundum est sed quo itur.
Non c’è dunque nulla di peggio che seguire, come fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno tutti.
(Pagine 22-23)
Ita qui sectatur voluptatem omnia postponit et primam libertatem neglegit ac pro ventre dependit, nec voluptates sibi emit, sed se voluptatibus vendit.
Chi corre dietro al piacere dimentica tutto il resto e in primo luogo trascura la propria libertà, mettendola al servizio del ventre; si vende, insomma, ai piaceri, invece di comprarli.
(Pagine 66-67)
De virtute, non de me loquor, et cum vitiis convicium facio, in primis meis facio.
Io non parlo di me, ma della virtù, e se grido contro i vizi mi riferisco soprattutto ai miei.
(Pagine 78-79)
Divitias nego bonum esse: nam si essent, bonos facerent; nunc, quoniam quod apud malos deprenditur dici bonum non potest, hoc illis nomen nego.
Io non mi sostengo no io non sostengo che le ricchezze siano un bene, per il semplice motivo che se lo fossero renderebbero buoni gli uomini, e perché mi rifiuto di definire bene ciò che si trova anche in mano di persone cattive.
Non eo loco res humanae sunt, etiam si statum vestrum parum nostis, ut vobis tantum otii supersit ut in probra meliorum agitare linguam vacet.
La condizione umana – anche se a voi risulta poco chiaro il vostro stato – non è così durevole da lasciarvi tempo sufficiente per agitare la lingua, insolentendo i buoni.
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