Titolo: La nausea Titolo originale: La nausée Genere: filosofico Autore: Jean-Paul Sartre Nazione: Francia Anno prima pubblicazione: 1938 Casa Editrice: Einaudi Traduzione: Bruno Fonzi Pagine: 238 Link al libro: ANOBII
Voto:7 e 1/2/10
Se potessi trattenermi dal pensare. Provo, ci riesco: mi pare che la testa mi s’empia di fumo… ed ecco che ricomincia: «Fumo… non pensare… non voglio pensare… penso che non voglio pensare. Non bisogna che pensi che non voglio pensare. Perché anche questo è un pensiero». Non finirà mai, dunque?
Antonio Roquentin decide di tenere un diario, mettere per iscritto le sue sensazioni, ogni più piccolo particolare che lo colpisce, cercando di capire da cosa deriva la Nausea di tutto che, sempre più spesso, lo assale.
Il segnalibro che ho usato durante la lettura, è stato realizzato da me.
In questo libro ci sono un sacco di cose che non amo particolarmente. Per esempio, la filosofia. Poi la mania del protagonista/narratore di perdersi spesso in lunghe digressioni depresse e pessimiste, di soffermarsi su particolari inutili, abbandonarsi a ragionamenti astrusi…
Quindi, la mia ammirazione per Sartre è davvero sconfinata se è riuscito a farmi piacere un romanzo così ricco di questi elementi per me noiosissimi! :)
In realtà non mi sembra neanche tanto strano che La nausea mi sia piaciuto, e che piaccia ancora a molte persone: il fatto è che ci si immedesima molto, è uno di quei libri che ti fanno dire: ma sta parlando di me! Chi non ha mai provato, infatti, il male di vivere, la nausea di esistere?
Ho trovato poi molto affascinante il personaggio dell’Autodidatta, non saprei neanche bene spiegare perché: un po’ mi ispirava pena, un po’ simpatia, un po’, anche, fastidio.
Mi è piaciuto molto anche il finale, calmo, niente di “rivelatorio”, nessun colpo di scena, solo una pagina come le altre.
Peccato soltanto che nella mia versione i nomi fossero tutti tradotti! È una cosa che non sopporto!
La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento.
[incipit]
Sono le tre. Le tre è sempre troppo tardi o troppo presto per quello che si vuol fare. È la più stramba ora del pomeriggio. Oggi è intollerabile.
Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all’esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già li da un pezzo.
Se mai dovessi fare un viaggio credo che prima di partire noterei per iscritto i più piccoli tratti del mio carattere per poter poi fare un paragone, al ritorno, tra quello che ero e quello che son diventato. Ho letto di viaggiatori che cambiano talmente, nel fisico e nel morale, che al ritorno i loro parenti più prossimi non lì riconoscono.
l’Autodidatta
Ecco che cosa ho pensato: affinché l’avvenimento più comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore dì storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse.
Ma bisogna scegliere: o vivere o raccontare. Per esempio quando ero ad Amburgo con quell’Erna di cui non mi fidavo e che aveva paura di me, menavo un’esistenza strana. Ma c’ero dentro, e non ci pensavo. Poi, una sera, in un piccolo caffè di San Pauli, ella mi lasciò per andare al lavabo, ed io rimasi solo. C’era un fonografo che suonava Blue Sky. Mi misi a raccontarmi quello ch’era avvenuto al mio sbarco. Mi dissi: «La terza sera, mentre entravo in un dancing chiamato la Grotta Azzurra, ho notato un pezzo dì donna mezzo ubriaca. E quella donna è quella che attendo in questo momento, mentre ascolto Blue Sky, e che sta per tornare a sedersi alla mia destra e a circondarmi il collo con le sue braccia». Allora ho sentito acutamente che avevo un’avventura. Ma Erna è tornata, mi si è seduta accanto, m’ha circondato il collo con le braccia ed io l’ho detestata, senza saper bene perché. Lo capisco ora: bisognava ricominciare a vivere e l’impressione dell’avventura era svanita.
D’un tratto, mentre spingevo il cancello del giardino pubblico, ho avuto l’impressione che qualcosa mi facesse cenno. Il giardino era deserto e nudo. Ma… come dire? Non aveva il suo solito aspetto, mi sorrideva. Sono rimasto per un momento appoggiato contro il cancello, e poi, bruscamente, ho capito ch’era domenica. Era là, sugli alberi, sui prati, come un leggero sorriso. Una cosa che non si poteva descrivere, si sarebbe dovuto dire molto in fretta: «È un giardino pubblico d’inverno, un mattino di domenica».
La prima luce che si è accesa è stata quella del faro Caillebotte; un ragazzino s’è fermato vicino a me e ha mormorato con aria estasiata: — Oh, il faro!
Allora ho sentito il cuore gonfiarsi d’un grande senso d’avventura.
Il dottore ha esperienza. È un professionista dell’esperienza; i medici, i preti, i magistrati e gli ufficiali conoscono l’uomo come l’avessero fatto loro.
E’ proprio vero che tutti gli uomini hanno diritto alla nostra ammirazione. È difficile, signore, molto difficile essere un uomo.
l’Autodidatta
Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.
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