Red Square


di Martin Cruz Smith

Titolo originale: Red Square
Anno: 1992
Casa Editrice: Mondadori
traduzione di Marco Amante
pagine: 430
Red Square su aNobii

Questo libro partecipa a La Sfida A PUNTI, La Sfida infinita (o quasi)… terza edizione!, La sfida nascosta, Il giro del mondo in 80 libri e Sfida… del mistero.

[le strisce colorate sono spoiler, selezionare per leggere]

Le notti estive di Mosca ricordano il fuoco e il fumo. Le stelle e la luna impallidiscono. Le coppie si alzano, si vestono e vanno a passeggio per strada. Le auto girano a fari spenti.
«Laggiù.» Jaak aveva visto un’Audi passare nella direzione opposta.
Arkady infilò le cuffie e diede un colpetto alla radio ricevente. «Gli si è incantata.»
Jaak fece un’inversione di marcia portandosi sull’altro lato del vialone e accelerò. Aveva un paio d’occhi obliqui in un volto muscoloso e si teneva aggrappato al volante come se volesse piegarlo.
Arkady fece saltar fuori una sigaretta con una scossa del pacchetto. La prima della giornata. Non c’era poi tanto da vantarsi, era l’una di notte.
[incipit]

Arkady Renko è tornato a Mosca dopo l’esilio di dieci anni in Siberia, e ha ripreso il suo ruolo di investigatore. La città, così come tutta la Russia, è cambiata dopo il crollo del muro, in peggio sicuramente per quanto riguarda la criminalità. Renko si trova ad indagare sulla morte di un “banchiere della mafia” che era diventato suo informatore, quando per caso, alla radio, sente, riconoscendola all’istante, la voce di Irina. La radio è Radio Liberty, la cui sede si trova a Monaco. Quando anche alcuni indizi sull’indagine che sta svolgendo sembrano suggerire un collegamento con la città tedesca, Arkady afferra la palla al balzo e cerca in tutti i modi di farsi mandare in Germania.


Checché ne dica Anastasija Kamenskaja, a me Cruz Smith piace! Gorky Park mi era piaciuto moltissimo, e anche questo qui non è male, sebbene mi sia piaciuto un po’ di meno. E’ stato bello rivedere il caro Arkady: non è cambiato molto in questi dieci anni! E’ un personaggio che mi affascina molto, sempre un po’ depresso, sfiduciato, ma comunque determinato a fare bene il suo lavoro, in cui, tra l’altro, è piuttosto capace.
Credevo che questa fosse una sua nuova indagine senza collegamenti con la precedente, invece dopo non molte pagine è rispuntata fuori Irina. All’inizio la cosa mi aveva un po’ infastidito, mi pareva una complicazione inutile, ma poi mi ha fatto piacere che non fosse scomparsa del tutto dalla vita di Arkady.
Ci sono, ovviamente, un sacco di personaggi nuovi, e uno in particolare mi ha molto colpito: Peter Schiller. L’ho trovato, non posso negarlo, un un po’ assurdo come personaggio: non si fida di Arkady finché non scopre che gli ha mentito, da allora in poi inizia a fidarsi ciecamente! Però m’è piaciuto un sacco anche per questo! :)

La storia del romanzo si svolge nell’arco di in un paio di settimane, nell’agosto del 1991, in tre città diverse: Mosca, Monaco e Berlino.
Mi sono chiesta, da quando ho preso il libro in scambio su aNobii, il motivo della scelta di lasciare il titolo in inglese. Leggendo ho capito: diviene ben presto chiaro infatti (proprio perché scritto in inglese) che Red Square non si riferisce alla Piazza Rossa, ma a qualcos’altro. Molto più tardi si scoprirà che questo qualcos’altro è un quadro. A mio parere però non è stata una buona idea quella di lasciarlo in inglese anche nel testo, perché il messaggio in cui per la prima volta si nomina “Red Square” era scritto in cirillico, e verso la fine si scoprirà essere stato scritto da un americano che ha commesso un errore: in inglese la parola “square” significa sia “piazza” che “quadrato”; invece in russo la figura geometrica è quadrat, la piazza ploščad’. Il dipinto che in inglese si chiama Red Square, in russo è Krassny Quadrat, mentre il nome della Piazza Rossa è Krasnaja ploščad’. L’americano, non conoscendo per niente bene il russo, ha tradotto “Red Square” con Piazza Rossa. Quindi, secondo me, visto che il messaggio era in russo, sarebbe stato più normale tradurre “Piazza Rossa” quella volta. Ma il libro è scritto in inglese, quindi boh!, forse il traduttore ha voluto rispettare l’ambiguità che il testo in inglese generava.

Il romanzo di conclude con un finale ancora più “aperto” rispetto al precedente: Arkady e Irina si trovano alla Casa Bianca (non quella di Washinghton, ma quella di Mosca, sede del Parlamento Russo) il 21 agosto 1991, durante il colpo di stato. Il libro ci lascia con la paura di una strage, come Max Albov ha predetto ad Arkady. Per fortuna la wikipedia mi ha rassicurato in proposito, spiegando che in questo golpe la violenza fu sorprendentemente limitata: si salveranno! :)

Leggendo all’inizio che Arkady era da poco tornato dall’esilio causatogli da quel che accadde in Gorky Park, credevo che questo libro fosse quello subito successivo tra quelli dedicati all’Ispettore Renko. Ho invece scoperto che tra i due ce n’è un altro: Stella Polare che, deduco, dev’essere proprio ambientato negli anni in cui Arkady ha vissuto da esiliato in Siberia. Ovviamente, è già finito nella mia wishlist! :)

Questo libro costituisce la XVII TAPPA del Giro del mondo in 80 libri: EUROPA, Russia, Mosca
Ecco la cartolina che ho mandato ai partecipanti alla sfida:

Un po’ di frasi.

Accampati nel buio cavernoso dell’atrio, alcuni turisti attendevano un autobus; era un po’ che lo aspettavano, e la loro immobilità era quella dei bagagli abbandonati. Il banco delle informazioni non era solo vuoto: sembrava esprimere l’eterno mistero di Stonehenge. Perché mai era stato costruito?

Per un uomo il sesso a pagamento è una cosa rozza e che ottunde il desiderio, per un altro è un fatto semplice e diretto. Quest’ultimo ha meno fantasia, oppure più soldi?

Arkady le descrisse il fiato delle renne che si cristallizzava e cadeva come la neve. Le parlò delle migrazioni dei salmoni a Sakhalin, delle aquile con la testa bianca delle Aleutine e delle onde anomale che danzavano nel Mare di Bering. Non aveva mai pensato all’insieme di esperienze che aveva tratto dall’esilio, a quanto fossero uniche e belle, la prova evidente che non esiste giorno in cui un uomo possa dirsi sicuro di non dover aprire gli occhi.

Il segnalibro è stato realizzato da piccolamimi.

Zorro


Un eremita sul marciapiede

di Margaret Mazzantini

Anno: 2004
Casa Editrice: Mondadori
pagine: 66
Zorro su aNobii

Questo libro partecipa a La Sfida A PUNTI, La Sfida infinita (o quasi)… terza edizione! e La sfida del protagonista.

Ho deciso di leggere questo libro dopo averne sentito parlare QUI.


Perché i barboni sono come certi cani, ti guardano e vedi la tua faccia che ti sta guardando, non quella che hai addosso, magari quella che avevi da bambino, quella che hai certe volte che sei scemo e triste. Quella faccia affamata e sparuta che avresti potuto avere se il tuo spicchio di mondo non ti avesse accolto. Perché in ogni vita ce n’è almeno un’altra.
(Margaret Mazzantini)

Zorro è un barbone. Vive sul marciapiede per scelta, per necessità, per dolore, per orgoglio. Si racconta in un monologo teatrale che la Mazzantini ha scritto su misura per il marito Sergio Castellitto.


Non avevo mai letto nulla della Mazzantini, sebbene quasi tutti i miei amici idolatrino i suoi libri. Il fatto è che proprio non mi ispirava. Questo però era molto corto, perfetto per la sfida del protagonista, e ce l’aveva la mia Biblioteca.
Bè, non è male, anche se non mi ha del tutto convinta. L’inizio infatti m’è perso un po’ banale, non so, come dire? Era proprio quello che mi aspettavo. Però pian piano la personalità di Zorro ha preso ad affascinarmi, e sul finale devo dire che mi sono anche un po’ commossa, specie quando Zorro ricordava del cane Zorro. Alla fine le quattro stelline gliele ho volute dare.
Non sono però ancora convinta, come dicevo, sulla Mazzantini: questo libro non mi ha conquistata, quindi non so se mi va di leggere altro di suo, specie considerato che gli altri suoi romanzi sono piuttosto lunghi. Però, certo, un po’ di curiosità adesso ce l’ho.

Un po’ di frasi.

Gli attori hanno questa possibilità di sbracare, di prendersi una vacanza dalla normalità. E di essere ben pagati e applauditi per questo.

Le ossa, quelle mi fanno male, sembra che il diavolo ci balla dentro, per fortuna mi sono trovato quest’angolo buono, senza nessuno che mi piscia in testa per sbaglio o per farmi lo scherzetto. Mi piace dormire nel tunnel di vetro della metropolitana, c’è sempre luce, c’è sempre tiepido. Mi sento un pulcino in batteria. Che ore sono? Vediamo, mi sono già passati undici trenini sotto il culo (oscilla il corpo). Ecco che arriva il dodicesimo. Sono le sette e trenta, circa. Buongiorno Zorro.
[incipit]

E poi che mi mettevo a fare in campagna? A litigare con gli alberi? Quelli sono tranquilli, beati, ti fanno sentire uno sputo. La natura è tutta arrogante, è roba diretta del Signore, e giustamente un po’ di strafottenza ce l’ha. Oh, intendiamoci, se fossi un olmo sarei un po’ stronzo anch’io.
Zorro

Un uomo gentile non è mai debole.
Nanda

Mettiti paura te, Cormorano, col tuo monovolume, io paura non me la metto neanche se m’inchiodi col parafanghi sui polpacci. Tanto hai più paura te di acciaccarmi che io d’essere acciaccato. Non è che cerco l’incidente, è che io sono un ballerino, se mi tira una cosa dall’altra parte del marciapiede prendo e vado. Dici che non sono normale? Calma, Cormorano, qui c’è da fare un discorso lungo. Io non lo faccio. Dico solo che normale è una parola storta. Parliamo di frequenza e infrequenza, così mi sta meglio. Diciamo che è infrequente che la gente attraversi a cazzo come me. Io sono un infrequente. Infrequente è bello, è una rarità. È come un fico a dicembre. Io sono un fico a dicembre, una ciliegia a gennaio, una pesca a febbraio.
Zorro

Perché il ferroviere smonta dal treno incazzato che tutti gli hanno dato addosso a lui per il ritardo, per il posto a sedere che non c’è, e lui dice: non sono mica il ministro dei trasporti io, sono un poveraccio. Io gli faccio il sorriso, al ferroviere che è un eroe, perché c’ha lo stipendio da ferroviere e gli insulti da ministro dei trasporti.
Zorro

Il segnalibro è stato realizzato da Brina.
Anche stavolta lo uso in ritardo, visto che non siamo più a febbraio: non ho fatto in tempo, però mi piaceva molto, non potevo non usarlo più! :)

Nicolas Eymerich, inquisitore


Ciclo di Eymerich I

di Valerio Evangelisti

Anno: 1994
Casa Editrice: Mondadori
pagine: 274
Nicolas Eymerich, inquisitore su aNobii

Questo libro partecipa a La Sfida A PUNTI, La Sfida infinita (o quasi)… terza edizione!, La sfida nascosta, Il gioco dell’OSA e Sfida… del mistero.

Ho deciso di leggere questo libro dopo averne sentito parlare QUI.

[le strisce colorate sono spoiler, selezionare per leggere]

Ma si sapeva forte, e forte in quanto solo. La potenza che traeva da questa consapevolezza era tanta da fargli scordare quel tenue senso di disperazione che, da sempre, erodeva sottilmente il suo orgoglio.

La storia si svolge su tre diversi piani temporali. In un ipotetico presente, in Texas, lo scienziato Marcus Frullifer tenta di far accettare la sua teoria sugli psitroni effettivamente poco credibile. Nel 2194 un anonimo marinaio fa un resoconto alla Commissione Interspaziale di Cartagena sul viaggio dell’astronave Malpertuis. Nel 1352 a Saragozza Nicolas Eymerich, appena nominato inquisitore generale, deve vedersela con un complotto di stregoneria che coinvolge anche la casa reale.


Il mio primo approccio con Eymerich ed Evangelisti è stato più che positivo! All’inizio un po’ mi aveva spiazzato la triplice ambientazione temporale, non me l’aspettavo, ma ben presto mi ci sono abituata e ho continuato a leggere aspettando con ansia gli sviluppi in tutte e tre le vicende.
Il libro mi è piaciuto molto, ed eccomi quindi impelagata in un’altra saga! ;) Perché ovviamente già non vedo l’ora di leggere ancora le avventure di Eymerich! Mi chiedo se anche la storia di Frullifer avrà un proseguimento… ma immagino di sì.
Solo una cosa non mi è piaciuta molto: ho trovato un po’ banale il modo in cui Eymerich arriva alla soluzione del mistero e inchioda il “cattivo”: col vecchio trucco di farlo parlare, quando si crede ormai trionfatore, rivelando così tutto il suo piano all’inquisitore. Meno banale ho trovato invece la difficoltà ad attribuire agli avversari di Eymerich il ruolo di “cattivi”, perché, pur non essendo certo immacolati (penso per esempio al loro bieco sfruttamento della povera piccola Maria), è Eymerich quello che pare più “cattivo”!
Nicolas Eymerich infatti è l’inquisitore perfetto, crudele e inflessibile, tutto per la maggior gloria di Dio. In più è presuntuoso, misantropo, freddo, cinico, antipatico, scontroso, terrorizzato dal contatto fisico… insomma, un bellissimo personaggio!! :) Ne sono già innamorata! :)

Un po’ di frasi. Le ultime due (come quella che ho messo all’inizio del post) sono a mio parere ottimi “riassunti” del personaggio di Eymerich.

Il professor Tripler uscì dal Robert Lee More Building, sede del Dipartimento di Astrofisica dell’Università del Texas, con fare molto circospetto. Scrutò i vialetti del campus, soffermandosi sulle siepi e sui gruppetti di studenti, poi si incammino con passo rapido, guardandosi attorno di continuo. Non si accorse però che un giovane dai capelli nerissimi, con una folta barba ricciuta e un’espressione determinata in viso, era uscito subito dopo di lui e gli camminava dietro, spostandosi da un lato e dall’altro ogni volta che muoveva il capo.
Giunti che furono a un incrocio, il giovane cessò quella curiosa pantomima e, accelerato il passo, toccò Tripler sulla spalla.
– Buongiorno, professore! – esclamò a pieni polmoni.
[incipit]

Purtroppo, l’umiltà non gli era congeniale, e la consapevolezza di ciò lo indispettiva, equivalendo per lui a una forma di debolezza.

Fu forse il primo abbraccio che l’inquisitore avesse ricevuto in vita sua, e non gli piacque affatto.

Anna Karenina – PARTE QUINTA 18-33

giovedì, 11 marzo 2010; 23:24 | Categoria : Tolstoj
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Anche in questi capitoli si alternano le vicende di Levin e Kitty da una parte, e Anna d’all’altra.
[Curioso che i primi due mi vengano in mente sempre in coppia, mentre Anna da sola, non l'associo a Vronskij]

Levin e Kitty accantonano i loro problemi di coppia per preoccuparsi del povero Nickolaj.
Bello vedere Kitty così operosa: è quel tipo di persona che arriva in un posto dove c’è una situazione che pare stabile e fossilizzata, e subito sa cosa fare, non rimane con le mano in mano, nemmeno di fronte all’inevitabile.
Come sempre, anche riguardo alla morte Tolstoj si riconferma un maestro, nel mostrarci tutti i punti di vista su questo argomento. In particolare mi è piaciuto il pezzetto un po’ cinico in cui diceva che dopo tutti quei giorni di agonia tutti quanti ormai si auguravano la morte dell’infermo, amici e parenti ma anche il personale dell’albergo. Tutti, tranne il malato.
Piccola cosa un po’ strana: il capitolo XX è l’unico (almeno finora) che ha un titolo, nella mia edizione, si intitola La morte.

Torniamo a Pietroburgo con Anna e Vronskj, e approfondiamo un pochino di più due personaggi che finora erano stati quasi solo nominati.
Il primo è la contessa Lidija Ivanovna. Nonostante non mi piaccia particolarmente come personaggio, non ho potuto non provare un po’ di simpatia per lei in questi capitoli, per il fatto che alla sua età ha riscoperto la passione per un uomo, a causa della di lui sconfinata bontà (almeno così la vede lei!).
L’altro personaggio è il piccolo Serëža: Tolstoj ci fa entrare per qualche pagina nella sua mente di bambino, e devo dire che, nonostante la sua allegria e spensieratezza, mi ha fatto molta pena. Oggi come allora, quando i genitori litigano, pare che le vittime debbano sempre essere i figli.

Più di tutti, comunque, più di Nickolaj, più di Serëža, ho provato pena in questi capitoli per Anna.
Com’era prevedibile, la situazione che già a stento potevano reggere all’estero, a San Pietroburgo degenera inevitabilmente. Mi fa una rabbia vedere Anna così maltrattata! Di solito, quando leggo la storia di un tradimento, non riesco a provare simpatia per l’adultero. Ma qui non stiamo parlando di una donna che tradisce l’uomo che ama: Karenin è il marito che ad Anna è stato “imposto”, non se l’è scelto. Insomma, non mi sembra tanto colpevole, e di sicuro non si meritava l’umiliazione inflittale dalla Kartasova.
E Vronskij continua a non capirla, a trascurarla e poi a stupirsi se lei si sente sola. Altra mirabile perla la parte finale del XXXIII capitolo, quando i due fanno la pace perché Vronskij si costringe a dirle delle banalità di cui si vergogna anche, ma che vede sono l’unico modo per calmarla.
E poi, partono per la campagna. Come alla fine della quarta parte, reagiscono ad una crisi con una fuga. Speriamo che stavolta le cose vadano un po’ meglio.

Un’ultima cosa: la scena degli insulti ad Anna da parte della Kartasova è stata sicuramente molto triste (e meno male che Tolstoj ha scelto di non farcela vedere, ma solo raccontare dopo che è già avvenuta!), però il momento in cui Anna mi ha fatto più tristezza tanto da commuovermi, è stato dopo la visita al figlio.
Non aveva pensato più ai giocattoli e li riportò a casa, mentre il giorno innanzi li aveva scelti nel negozio con tanto amore e tanta tristezza.
Ecco, in questa semplice frase ho potuto vedere tutta l’infelice situazione della nostra eroina (che finalmente comincio a sentire come tale), il suo dolore, e anche l’assenza di una reale via d’uscita.
Povera Anna!

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Gli altri commenti a questo libro sono tutti QUI.

La mano sinistra delle tenebre


di Ursula K. Le Guin

Titolo originale: The Left Hand of Darkness
Anno: 1969
Casa Editrice: TEA
traduzione di Ugo Malaguti
pagine: 269
La mano sinistra delle tenebre su aNobii

Questo libro partecipa a La Sfida A PUNTI, La Sfida infinita (o quasi)… terza edizione!, La sfida nascosta, La sfida delle riletture, La sfida della grammatica, La Sfida delle Stagioni 2010, La sfida dell’ambientazione e La Sfida delle Squadriglie 2010.

La luce è la mano sinistra delle tenebre,
e le tenebre la mano destra della luce.
Due sono uno, vita e morte, e giacciono
insieme come amanti in kemmer,
come mani giunte,
come la meta e la via.

Genly Ai è un terrestre, inviato su Inverno, o Gethen, come lo chiamano i suoi abitanti, per convincere i regnanti ad unirsi all’Ecumene, la lega dei mondi civilizzati. Incontrerà enormi difficoltà nel gestire gli intrighi di corte, nel sopportare il clima e la natura estremamente ostile del pianeta, ma soprattutto avrà difficoltà nell’integrarsi con gli abitanti umani di Inverno: i getheniani hanno infatti una peculiare fisiologia sessuale che li condiziona in tutti gli aspetti dell’esistenza, e li rende un caso unico in tutto l’Ecumene.


E’ la seconda volta che leggo questo libro. Già alla prima lettura avevo postato un commento (il 28 ottobre 2004), ma ho deciso di editarlo completamente, invece di lasciare entrambi, vecchio e nuovo commento, come ho fatto con Harry Potter, e di citare eventualmente solo qualche brano.
Innanzi tutto, nel primo commento non avevo fatto menzione del motivo che mi aveva spinto a leggere questo libro. Non che sia molto importante, ma lo ricordo ancora, per cui stavolta lo voglio precisare: durante una lezione di Chimica Inorganica all’università, il prof parlò, non ricordo perché, della luce, i fotoni, ecc, e fece due citazioni: una da una poesia di Manzoni (credo “La Pentecoste”), l’altra, appunto, da questo libro. Mi incuriosì moltissimo, così, qualche anno dopo, lo comprai e lo lessi. Mi piacque e mi stupì molto, e forse lo stupore fu maggiore, non ricordo, fatto sta che a distanza di 5 anni, e dopo aver letto altri libri della Le Guin, mi è venuta una grandissima voglia di rileggerlo.
Dopo la prima lettura, avevo scritto: «Non trovo altre parole per definire questo libro, se non: strano!» Adesso, se volessi riassumere il mio giudizio in un solo aggettivo, invece che strano direi: affascinante. Questo libro è veramente pieno di fascino. Tutto, veramente tutto mi ha affascinato.
Alla prima lettura avevo puntato l’attenzione solo sulla caratterista più evidente e aliena dei getheniani, sul clima perennemente invernale del pianeta, sulle diverse culture che lo popolano, e sulla struttura del libro, costituito dall’alternarsi di diversi narratori (Genly Ai, l’Inviato; Therem Harth rem ir Estraven, un getheniano; poi ogni tanto racconti e leggende getheniani o rapporti di esploratori che prima di Ai avevano visitato in segreto il pianeta, e raccolto informazioni).
Inutile dire che la seconda lettura mi ha lasciato molto, molto di più, a cominciare dal fatto che il finale, che la prima volta non avevo capito, non mi ha lasciata più così perplessa. Credo anche di aver finalmente compreso il senso del titolo, spiegato dalla poesia della citazione che ho messo all’inizio, che però l’altra volta non avevo ben afferrato.
Peccato solo per la traduzione che non mi ha lasciato del tutto soddisfatta per la presenza di frequenti errori, ma credo che purtroppo come spesso succede la colpa non sia del traduttore bensì della mancanza di un successivo controllo da parte dell’editore. Ma va bè, sono quisquiglie!

Come dicevo prima, in questo libro ho trovato, soprattutto, fascino, in ogni suo aspetto. Un po’ alla rinfusa, vorrei provare ad approfondirli, questi aspetti.

Per prima cosa, Gethen/Inverno. Su questo pianeta il clima è freddissimo (si trova nel pieno di un’era glaciale), l’ambiente decisamente inospitale. Ma bellissimo. Sono un po’ di parte, perché adoro i paesaggi di ghiaccio e neve, ma mi ha affascinato moltissimo la descrizione della geografia getheniana, dei paesaggi sconfinati che fanno dire a Estraven: Sono felice di essere vissuto per poter vedere questa scena. Ma anche il dolore e la fatica, la non-ombra che ti fa vedere solo bianco intorno, senza percezione della tridimensionalità delle cose, come stare in una sfera dove tutto è bianco, la paura, la difficoltà che questo clima comporta. E, ancora una volta, la bellezza, sempre, il fascino, di un mondo come questo.

Come ho già avuto modo di dire, gli abitanti di Inverno sono caratterizzati da una fisiologia sessuale diversa da quella del resto degli esseri umani*: sono ermafroditi, ma asessuati per la maggior parte del tempo. Una volta al mese vanno in kemmer, sviluppando uno dei due sessi, che può anche essere diverso ad ogni nuovo periodo di kemmer. Non ci sono quindi maschi o femmine, è una società senza sessi, senza quindi la distinzione a cui siamo abituati. E’ una situazione non difficile da capire, ma quasi impossibile da immaginare. Ogni persona ha in sé l’essenza di uomo e di donna, e contemporaneamente nessuna delle due. Sono come le tenebre e la luce della poesia, vita e morte, la meta e la via, gli opposti indivisibili, yin e yang, volendo usare un corrispettivo terrestre.
Una condizione, insomma, estremamente affascinante, che per tutto il libro “tormenta” Genly, gli causa continue riflessioni e scoperte, e anche a me ha dato da pensare parecchio dopo la prima lettura, e anche durante questa seconda.

I protagonisti del romanzo sono due, Therem Harth rem ir Estraven e Genly Ai. Entrambi mi sono piaciuti tantissimo, affascinanti come personaggi separati, ma soprattutto nella loro interazione. Sono alieni l’uno per l’altro, ma uniti dalla loro differenza e accomunati dalla solitudine.
Estraven è solo perché esiliato, perché ha perduto l’amore della sua vita, perché è l’unico ad aver creduto in Genly e nella sua missione.
Genly è solo perché è l’unico della sua razza, perennemente in kemmer, un “pervertito” per la gente di Gethen. E’ solo anche temporalmente, perché i viaggi su navi NAFAL (nearly as fast as light, ovvero “veloci quasi quanto la luce) sono soggetti alla teoria della relatività, ovvero pochi anni per il viaggiatore corrispondono a diversi decenni sul pianeta di partenza, quindi tutte le persone che lui conosceva sulla Terra sono ormai morte.
Soltanto quando si troveranno entrambi “alienati” dal resto della popolazione di Gethen, Genly e Therem comprenderanno a pieno il senso della loro diversità: Noi siamo eguali, infine, eguali, alieni, soli.

Infine, La mano sinistra delle tenebre è anche una storia d’amore. Per la precisione, è la storia di tanti amori, di persone che fanno cose per amore, che imparano l’amore, rimpiangono l’amore, scoprono la potenza dell’amore, vivono l’amore. Non riesco a spiegare meglio la sensazione che mi ha dato da questo punto di vista la lettura di questo libro, avrei bisogno di spiegare troppe cose ed entrare nel dettaglio. Posso solo ripetere che La mano sinistra delle tenebre ha saputo affascinarmi e commuovermi anche parlando d’amore.

Per tutte queste e per molte altre cose, ho alzato il voto che avevo dato alla prima lettura a questo libro, da 4 a 5 stelline, e dopo averci pensato un po’, ho deciso di dargli il massimo anche con la votazione in decimi.
C’è scritto in copertina che Newsweek ha definito La mano sinistra delle tenebre «Un capolavoro». Sono pienamente d’accordo.

Un po’ di frasi che mi sono piaciute molto.

Dagli Archivi di Hain. Trascrizione di Documento Ansible, 01-01101-934-2-Gethen: Allo Stabile di Ollul: Rapporto di Genly Ai, Primo Mobile su Gethen/Inverno, Ciclo Hainiano 93, Anno Ecu-menico 1490/97.
Farò il mio rapporto come se narrassi una storia, perché mi è stato insegnato, sul mio mondo natale, quand’ero bambino, che la Verità è una questione d’immaginazione. Il più solido dei fatti può soccombere o prevalere, a seconda dello stile in cui è esposto: come quel bizzarro gioiello organico dei nostri mari, che si fa più brillante quando una donna lo indossa e, indossato da un’altra, sbiadisce, si fa opaco e diventa polvere. I fatti non sono più solidi, coerenti e rotondi, e reali, di quanto non lo siano le perle. Entrambi, però, sono sensibili.
La storia non è completamente mia, né sarò io solo a narrarla. In realtà, neppure sono sicuro di chi sia questa storia; voi potrete essere giudici migliori. Ma è tutt’una, e se in certi momenti i fatti parranno cambiare, con una voce cambiata, ebbene, allora voi potrete scegliere il fatto che più vi piace; eppure, nessuno di essi è falso, e si tratta di una sola storia.
[incipit]

Una voce che pronuncia la verità è una forza più grande delle flotte e delle armate, dando tempo al tempo.
Genly Ai

Esistono delle cose più importanti della comodità, a meno che non si sia una vecchia o un gatto.
Genly Ai

— L’ignoto. L’imprevisto, l’indimostrato, è tutto questo la base della vita. L’ignoranza è la base del pensiero. La mancanza di prove è il terreno dell’azione. Se fosse provato che non esiste un Dio, non ci sarebbe religione. [...] Ma anche se fosse provato che esiste un Dio, non ci sarebbe religione… Ditemi, Genry**, che cosa è conosciuto? Che cos’è sicuro, prevedibile, inevitabile… la sola cosa certa che voi sappiate sul vostro futuro e sul mio?
— Che dobbiamo morire.
— Sì. In realtà c’è una sola domanda alla quale si può rispondere, Genry, e noi sappiamo già la risposta… La sola cosa che rende la vita possibile è la permanente, intollerabile incertezza: non sapere che cosa verrà dopo.
Faxe il Tessitore e Genly Ai

Ciò che è ammirevole è inesplicabile.
Therem Harth rem ir Estraven

Una delle cose più erronee e più pericolose è l’implicazione secondo la quale la civiltà, essendo artificiale, debba essere innaturale: che sia l’opposto del primitivismo… [...] il processo è semplicemente di crescita, e primitivismo e civiltà sono gradi della medesima cosa. Se la civiltà ha un opposto, questo è la guerra. Di queste due cose, ne avete o una, o l’altra. Non entrambe.
Genly Ai

L’inaspettato è ciò che rende possibile la vita.
Therem Harth rem ir Estraven

E’ una cosa terribile, la bontà, questa bontà che gli esseri umani non perdono. Terribile, perché quando noi alla fine siamo nudi, nel buio e nel freddo, è tutto ciò che abbiamo. Noi che siamo così ricchi, così pieni di forza, finiamo con quella piccola moneta. Non abbiamo niente altro da dare.
Genly Ai

Come si fa a odiare una nazione, o ad amarne una? [...] Io conosco la gente, conosco le città, le fattorie, le colline e i fiumi e le rocce, so come il sole al tramonto, d’autunno, discende sul fianco di un certo campo sulle colline; ma qual è il senso di dare un confine a tutto questo, di dare un nome a esso e cessare di amare là dove il nome finisce di essere applicato?
Therem Harth rem ir Estraven

Non sto cercando di dire che sono stato felice, durante quelle settimane [...]. La felicità deve avere qualcosa a che fare con la ragione, e solo la ragione la merita, e la ottiene. Quel che mi era dato era la cosa che non si può meritare, né ottenere, né conservare, e che spesso non si riconosce neppure sul momento; intendo dire la gioia. Genly Ai

È un bene avere una fine per il viaggio che state compiendo; ma alla fine, è il viaggio che conta.
Genly Ai

… un’amicizia della quale ciascuno di noi aveva un enorme bisogno, nell’esilio, e che era stata già tanto dimostrata, nei giorni e nelle notti del nostro amaro, difficile viaggio, che avrebbe già potuto essere chiamata, allora come più tardi, amore. Ma era dalle differenze che esistevano tra noi, non dalle affinità o dalle somiglianze, ma dalla differenza, che quell’amore veniva: ed esso era un ponte, l’unico ponte, che attraversava ciò che ci divideva.
Genly Ai

Un amore profondo tra due persone comprende, dopotutto, il potere e l’occasione di fare un male profondo.
Genly Ai

La paura è molto utile. Come le tenebre; come le ombre.
È strano che la luce del giorno non basti. Abbiamo bisogno delle ombre, se vogliamo camminare.
Therem Harth rem ir Estraven

Il segnalibro è stato realizzato da struckdumb.


* Tutti gli abitanti dei vari pianeti della Galassia sono ritenuti appartenenti allo stesso genere umano, perché proveniente da uno stesso ceppo che milioni di anni prima ha colonizzato tutti i pianeti abitabili della Galassia.

** I getheniani non riescono a pronunciare la elle, per cui il nome di Genly veniva sempre pronunciato “Genry”.

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Cuore di cane


di Michail Afanas’evič Bulgakov

Titolo originale: Собачье сердце (Sobač’e serdce)
Anno: 1928
Casa Editrice: Garzanti
traduzione di Emanuela Guercetti
pagine: 100
Cuore di cane su aNobii

Questo libro partecipa a La Sfida A PUNTI, La sfida nascosta, Sono così e Random Classics.

[le strisce colorate sono spoiler, selezionare per leggere]

U-u-u-u-u-hu-huh-huu! Oh, guardatemi, sto morendo. La bufera sotto il portone mi urla il deprofundis, e io ululo con lei. Sono perduto, perduto. Un mascalzone col berretto sudicio – il cuoco della mensa per l’alimentazione normale degli impiegati del Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale – mi ha gettato addosso dell’acqua bollente e mi ha ustionato il fianco sinistro. Che serpe, e oltretutto è un proletario. Signore, Dio mio, che dolore! Fino alle ossa mi ha trapassato quell’acqua bollente. E adesso ululo, ululo, ma forse che ululare serve?
[incipit]

Un povero cane che nella vita desiderava solo mangiare e stare al caldo, geme in un portone, soffrendo col fianco ustionato dall’acqua bollente lanciatagli da un cuoco. Un passante lo nota e, miracolo, invece di maltrattarlo anche lui gli compra una salsiccia e lo porta a casa sua. Il cane crede di aver trovato il paradiso in terra: finalmente ha cibo abbondante, non soffre più il freddo e viene trattato con benevolenza. Ma il suo salvatore, un medico, non l’ha accolto in casa solo per buon cuore: ha in mente di servirsi di lui per i suoi studi.


Come mi è successo anche altre volte, non so se parlare liberamente di alcune cose che accadono nel libro, visto che ovunque vengono inserite nella trama, oppure considerarle spolier. Bè, io non le sapevo, e preferisco quindi nasconderle.
Il romanzo, come si può intuire dall’incipit, inizia in maniera molto brutta per il povero Šarik, il cane protagonista. Poi ecco che le cose sembrano mettersi meglio, quando viene portato a casa e curato dal professor Filipp Filippovič Preobraženskij. Se non che il professore fa tutto questo solo perché vuole utilizzare il cane per un esperimento: un trapianto di testicoli e ipofisi umane in un animale. Il professore cerca una “formula” per ringiovanire, e si troverà a creare, invece, un mostro: Šarik inaspettatamente sopravvive all’intervento e pian piano comincia a mutare aspetto e comportamento e a diventare umano.
Ho letto che questo romanzo è una satira della società sovietica, ma a me sembra invece prendere di mira l’umanità in generale. Infatti, per stessa ammissione di Filipp Filippovič, il bravo e simpatico cane Šarik si trasforma in un essere umano abietto e meschino, ma tutto questo per colpa del “proprietario” dell’ipofisi impiantatagli, che era un criminale. Il cuore di cane era un cuore buono, rovinato dal “cuore” umano.
Il romanzo mi ha molto stupito, non immaginavo minimamente quale potesse essere il tema, così surreale, quasi: un incrocio tra Il dottor Jeckill e mister Hide e Frankenstein, ma meglio riuscito di entrambi, a mio parere. Non posso dire che mi sia piaciuto tantissimo, anche perché la prima parte è più bella, secondo me, quando ci fa vedere tutto dal punto di vista di Šarik: commoventissimo e dolcissimo, mi ha fatto proprio sentire con un “cuore di cane”! Comunque l’ho trovato estremamente interessante, e mi piace molto lo stile di Bulgakov. Il finale però non l’ho ben capito: è stato veramente un caso che Šarik sia tornato ad essere cane, per una regressione del fenomeno, oppure
Preobraženskij l’ha operato di nuovo, rimettendogli l’ipofisi canina?

Sul volume che ho reso in Biblioteca c’è anche Uova fatali, però per ora non lo leggerò, perché ho già di questo stesso autore Il Maestro e Margherita che mi aspetta da un bel po’ sullo scaffale (e che ora, dopo questo assaggio di Bulgakov, ho ancora più voglia di leggere!). A meno che questo libro non si rivelerà deludente (ma non lo credo) di sicuro prima o poi riprenderò il libro in Biblioteca per leggere anche Uova fatali.

Il segnalibro è stato realizzato da me.

Anna Karenina – PARTE QUINTA 1-17

venerdì, 5 marzo 2010; 23:55 | Categoria : Tolstoj
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Levin e Kitty finalmente si sposano! E che bella la descrizione della cerimonia del matrimonio russo! :)

Trovo molto significativa -ma dai? ;)- la contrapposizione di queste due coppie, da un lato quella felice, Levin e Kitty, appunto, appena sposati, con un futuro roseo davanti a loro, e dall’altra Anna e Vronskij, coppia clandestina, costretta a “nascondersi”, a sfuggire i connazionali (anzi, le connazionali) per non subire l’imbarazzo del giudizio.
Nonostante questo però mi sono piaciuti molto i capitoli a loro dedicati, la visita dal pittore, l’emozione dei quadri, la preferenza per quello meno amato dall’autore stesso…
E poi, la decisione di tornare in Russia! Vedremo che accadrà!

Intanto seguiamo i primi mesi di matrimonio di Levin e Kitty, con i primi litigi, le incomprensioni, le distanze… e poi ritorna Nikolaj, il fratello di Levin, ormai davvero moribondo. Come con la sua precedente apparizione, porta con sé tanta inevitabile tristezza…

A parte questi commenti sulla trama, non ho molto altro da dire, perché finirei col parlare ancora una volta di quanto scrive bene Tolstoj, della sua maestria nel costruire le frasi, nel descrivere le persone e gli stati d’animo, nel creare ritratti vivissimi di personaggi che appaiono anche solo per poche pagine… ma tutto questo l’ho già ampiamente detto e ripetuto, quindi mi fermo qui! ;)

PARTE QUINTA 18-33 →

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La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo – COMMENTO GENERALE

venerdì, 5 marzo 2010; 15:44 | Categoria : Niffenegger
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Mi dispiace dire che questo libro non mi è piaciuto affatto. Ero entusiasta prima di iniziare a leggerlo, perché la trama mi incuriosiva moltissimo, e i commenti erano tutti più che lusinghieri. Invece io l’ho trovato brutto. Tanto non mi piaceva, che ad un certo punto non riuscivo più ad essere obiettiva, ogni episodio, situazione o personaggio mi risultava odioso e stupido. La curiosità di sapere come proseguiva la storia un po’ c’era, ma la maggior parte delle volte rimanevo assai delusa. L’ho anche finito in anticipo di una settimana, un po’ appunto perché ero curiosa, un po’ perché non vedevo l’ora di levarmelo dalle scatole!

La storia è senza dubbio originale, una visione del viaggio nel tempo che non avevo mai né letto né visto: la capacità di viaggiare di Henry non è altro che una malattia genetica. Poi, al contrario della stragrande maggioranza di storie sui viaggi che conosco, qui incontrare se stesso per Henry è normale, lo fa spessissimo, e tra l’altro erano tra le parti che preferivo. In particolare le riflessioni che nei vari Henry venivano suscitate dagli incontri coi suoi doppi erano molto affascinanti e, come ho già detto, una novità per quanto riguarda la letteratura (almeno quello che conosco io) sui viaggi nel tempo.

Che cos’è allora che non mi è piaciuto? Bè, praticamente tutto il resto, in primis la storia con Clare: a parte alcuni rari momenti, è quanto di più lontano dal romanticismo io abbia mai letto. Ma si può chiamare amore il loro, se è così pilotato? Più che destinati, a me sembrano obbligati ad amarsi. Per tutto il libro prendono “decisioni” forzate per via di quello che Henry ha visto nel futuro, e la cosa più brutta è che non si comportano dicendo tipo: le cose andranno così, lo sappiamo già, qualunque cosa facciamo il nostro futuro lo conosciamo già. Subiscono ancora più passivamente di così le cose, il loro modo di vedere è: le cose andranno così, lo sappiamo già, quindi sbrighiamoci a farle andare così.
Neanche presi singolarmente Henry e Clare mi stavano poi particolarmente simpatici, e più leggevo più mi parevano mentalmente disturbati, altro che cronoalterazione!
Il personaggio di Alba, la figlia di Clare e Henry, mi piaceva molto, invece, peccato non le sia stato dato più spazio.

Non ho da esprimere un parere positivo neanche sullo stile della Niffenegger. Come più volte è stato notato anche nel GDL, non c’era differenza tra il punto di vista di Clare e quello di Henry. Mi veniva da pensare a Non buttiamoci giù di Hornby, che se lo apri a caso e leggi qualche frase subito capisci di quale personaggio è il punto di vista. Ecco, qui era tutto il contrario: leggevo, e a volte mi dimenticavo chi è che stava parlando.
La storia, poi, è piena di contraddizioni. Quisquiglie, certo, se il libro mi fosse piaciuto non credo c’avrei dato peso, ma in questo caso hanno contribuito al mio giudizio negativo.
Infine, i personaggi. Come ho detto, non mi sono piaciuti, ma soprattutto non sono riuscita a sentirli vivi, non mi ci sono affezionata neanche un po’!

Insomma, nel complesso, trovo che l’autrice abbia avuto una bellissima idea iniziale, ma che poi l’abbia rovinata creando due protagonisti poco piacevoli e una storia d’amore insulsa. Non che manchino del tutto i momenti belli e/o romantici: ci sono, ma non bastano a compensare le brutture del resto del romanzo. Per questo non posso dare a questo libro più di 2 stelline. Neanche di meno, comunque: come ho detto, qualche pezzo bello c’era (specie all’inizio e nel finale), e, soprattutto, s’è fatto leggere proprio con facilità, cosa abbastanza insolita per quanto mi riguarda, perché di solito quando un libro non mi piace lo leggo con fatica e lentezza.

Peccato solo per la grandissima delusione! :(

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Il pendolo di Foucault – COMMENTO GENERALE

venerdì, 5 marzo 2010; 14:26 | Categoria : Eco
Argomenti : , ,

Se c’è il Piano, deve coinvolgere tutto.
Belbo

Che meraviglia di romanzo!!
Pesantuccio l’approccio, non posso negarlo, il primo capitolo ha faticato a farsi leggere, ma presto la storia e la scrittura di Eco mi hanno catturato, e non ho trovato più nulla di pesante. E’ rimasta, però, fino alla fine, la sensazione di capire meno della metà di quello che leggevo… non che sia una cosa del tutto negativa questa: vorrà dire che prima o poi mi toccherà rileggerlo, per vedere se ci capisco un po’ di più! :)

Il personaggio di Belbo è senz’altro quello che mi è piaciuto di più, fin da subito. Mi è piaciuta innanzitutto la sua ironia, ma soprattutto i suoi racconti, sia quelli scritti su Abulafia (stracolmi di citazioni letterarie, chissà quante non ne ho colte!), sia le rievocazioni della sua infanzia durante la guerra.
Bellissimo personaggio anche Lia, peccato che non le sia stato dato più spazio.

Ho amato moltissimo anche i Templari. Non ho potuto fare a meno di pensare un pochettino al videogioco Broken Sword che alla sua prima avventura (l’unica che ho giocato) indagava proprio sui Templari: leggendo il libro ho ritrovato un sacco di punti in comune! Allora non era per nulla una sciocchezza, quel gioco! ;)
Ma, a parte il gioco, i Templari hanno un fascino indiscutibile, a causa del mistero e della leggenda che li circondano, e adesso ho proprio voglia di leggere qualche saggio sull’argomento.

Insomma, questo romanzo si legge adorando ogni pagina, a partire già dalle citazioni che introducono ogni nuovo capitolo: belle, e azzeccatissime! Poi, più ci si addentra nel Piano, più il coinvolgimento aumenta: spesso anch’io, come Belbo nel romanzo, dimenticavo che era tutto un’invenzione!
E che emozione gli ultimi capitoli! Mi sono finalmente rifatta dello smacco de Il nome della rosa, perché quello quando l’ho letto la prima volta purtroppo sapevo già tutto, per colpa della mia professoressa delle medie in primis, e poi forse avevo pure visto prima il film, non ricordo bene. Stavolta invece mi sono potuta godere tensione e inquietudine che crescevano sempre più!

Se ne Il nome della rosa veniva attribuito un enorme potere ai libri, ne Il pendolo di Foucault Eco esalta il potere dell’immaginazione e della suggestione. Tutto il romanzo, infatti, si basa sul fatto che tre amici abbiano deciso, per gioco, di mescolare un po’ di lettere, un po’ di Storia, e creare!

Confermo il mio amore incondizionato per Eco! Lo trovo soprattutto un narratore divertente ed emozionante. Divertente perché prende in giro tutti: i suoi personaggi, i grandi della letteratura, noi lettori, e forse anche se stesso. Ed è indiscutibilmente un maestro nel creare la tensione!
La storia mi ha talmente coinvolto, che più di una volta mi sono chiesta: e se tutto questo romanzo non fosse altro che il contributo di Eco al Piano? Il suo modo per mandare un messaggio ai Templari? Oh my God!!! Il potere dell’immaginazione e della suggestione ha colpito anche me!!!! ;)

Qualche frase tra le più belle e/o significative.

Diotallevi e Belbo erano entrambi di origine piemontese e dissertavano sovente su quella capacità, che hanno i piemontesi per bene, di ascoltarti con cortesia, di guardarti negli occhi, e di dire “Lei dice?” in un tono che sembra di educato interesse ma che in verità ti fa sentire oggetto di profonda disapprovazione.

Ma gavte la nata, levati il tappo. Si dice a chi sia enfiato di sé. Si suppone si regga in questa condizione posturalmente abnorme per la pressione di un tappo che porta infitto nel sedere. Se se lo toglie, pffffiiisch, ritorna a condizione umana.
Belbo

- L’argomento ontologico di sant’Anselmo è stupido. Dio deve esistere perché posso pensarlo come l’essere che ha tutte le perfezioni, compresa l’esistenza. Confonde
l’esistenza nel pensiero con l’esistenza iella realtà.
- Sì, ma è stupida anche la confutazione di Gaunilone. Io posso pensare a un’isola nel mare anche se quell’isola non c’è. Confonde il pensiero del contingente col pensiero del necessario.
- Una lotta tra stupidi.
- Certo, e Dio si diverte come un pazzo. Si è voluto impensabile solo per dimostrare che Anselmo e Gaunilone erano stupidi. Che scopo sublime per la creazione, che dico, per l’atto stesso in virtù del quale Dio si vuole. Tutto finalizzato alla denunzia della stupidità cosmica.
- Siamo circondati da stupidi.
- Non si scappa. Tutti sono stupidi, tranne lei e me. Anzi, non per offendere, tranne lei.
Casaubon e Belbo

Appartengo a una generazione perduta, e mi ritrovo soltanto quando assisto in compagnia alla solitudine dei miei simili.
Casaubon, sul perché frequenta così spesso il bar Pilade

Comportati da stupido e diventerai impenetrabile per l’eternità. Abracadabra, Manel Tekel Phares, Pape Satan Pape Satan Aleppe, le vierge le vivace et le bel aujourd’hui, ogni volta che un poeta, un predicatore, un capo, un mago hanno emesso borborigmi insignificanti, l’umanità spende secoli a decifrare il loro messaggio.
Casaubon

Si può essere ossessionati dal rimorso tutta la vita, non per aver scelto l’errore, di cui almeno ci si può pentire, ma per essersi trovati nell’impossibilità di provare a se stessi che non si sarebbe scelto l’errore…
Belbo

“O basta là,” disse Belbo. Solo un piemontese può capire l’animo con cui si pronuncia questa espressione di educata stupefazione. Nessuno dei suoi equivalenti in altra lingua o dialetto (non mi dica, dis donc, are you kidding?) può rendere il sovrano senso di disinteresse, il fatalismo coi cui essa riconferma l’indefettibile persuasione che gli altri siano, e irrimediabilmente, figli di una divinità maldestra.

…come un libro, o come un incantesimo, che è poi la stessa cosa.
Agliè

Mi stavo chiedendo chi siamo noi. Noi che riteniamo Amleto più vero del nostro portinaio. Ho diritto di giudicare costoro, io che vado in giro cercando Madame Bovary per farle una scenata?
Belbo

Ma tutti stavamo lentamente smarrendo quel lume intellettuale che ci fa sempre distinguere il simile dall’identico, la metafora dalle cose, quella qualità misteriosa e folgorante e bellissima per cui siamo sempre in grado di dire che un tale si è imbestialito ma non pensiamo affatto che gli siano cresciuti peli e zanne, e invece il malato pensa “imbestialito” e subito vede colui che abbaia o grufola o striscia o vola.

- Significato della parabola?
- Chi le ha detto che le parabole debbono avere un significato? Ma ripensandoci bene, forse vuol dire che spesso per provare qualcosa bisogna morire.
Casaubon e Belbo

“Dammi due giorni per rifletterci.” Quando Lia chiede due giorni per rifletterci è per dimostrarmi che sono stupido. L’accuso sempre di questo, e lei risponde: “Se capisco che sei stupido sono sicura che ti voglio bene davvero. Ti voglio bene anche se sei stupido. Non ti rassicura?”

Guai a fare finta, ti credono tutti.
Lia

Occorre che l’autore muoia perché il lettore si accorga della sua verità.

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La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo – pp 404-500

venerdì, 5 marzo 2010; 14:10 | Categoria : Niffenegger
Argomenti : ,

← pp 319-403

Ultima tranche di lettura, finita con una settimana d’anticipo, un po’ perché ero curiosa, un po’ perché non vedevo l’ora di levarmi dalle scatole questo libro.
Ho cercato di essere il più obiettiva possibile nel giudicarlo, e devo dire che in questi ultimi capitoli qualcosa di bello c’è. Ma poco.
Clare e Gomez mi fanno abbastanza schifo. Già avevo sopportato poco quando Clare confessa a Henry il suo tradimento: oh, sì, che immane tragedia essere andata a letto con un altro uomo prima ancora che Henry ti conoscesse… il fatto che quell’uomo fosse fidanzato con la tua migliore amica, è assolutamente irrilevante! Non che Charisse mi faccia troppa pena, visto che è sempre stata ben coscia di tutto, e quindi se l’è un po’ voluto lei.
Ma rifarlo dopo la morte di Henry? Quando non si può più dare la colpa alla giovinezza o all’ubriacatura? E ovviamente il pensiero di Charisse non sfiora nemmeno per un momento Clare… e poi, che diamine significa “ora sei tu a viaggiare”?

Come ho detto, qualcosa di positivo comunque c’era. Alba, innanzi tutto, peccato non le sia stato dato più spazio come personaggio.
Poi, mi è piaciuto molto il saluto di Henry per lettera, il suo “ci rivedremo” a Clare, perché un giorno l’ha incontrata nel futuro, da vecchia. E’ stato molto altruistico da parte sua, perché per lui quello non è il futuro, bensì il passato. Sarà Clare a rivederlo, lui invece non la rivedrà più.
E’ durato poco, comunque, perché subito dopo questa scena che mi ha anche un po’ commosso, c’è quella di Gomez e Clare.

Insomma, una delusione cocente questo libro! A breve il mio “sfogo” nel commento generale, senza spoiler.

COMMENTO GENERALE →

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