scritto da Phoebes
martedì 17 Settembre 2013
alle 12:27
Categoria : Roth


di Joseph Roth


…la grande guerra che giustamente, a mio parere, viene chiamata “guerra mondiale”, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo…

(Pagina 44)

Avevo veramente un sacco di aspettative riguardo a questo romanzo. Alla fine si è rivelato diverso da quello che mi aspettavo (anche se onestamente non saprei dire cosa mi aspettassi), ma non per questo mi è piaciuto di meno.

Francesco Ferdinando Trotta è giovane, nobile e ricco. Passa le giornate a dormire e le nottate a fare baldoria con gli amici. Anni dopo, ormai anziano, ci racconta di come quel mondo, senza che nessuno di loro se ne rendesse realmente conto, stava per scomparire.

Le frasi ricopiate a mano dall’anonimo lettore che ha avuto questo libro prima di me.

Ho comprato questo libro, se non ricordo male, su una bancarella dell’usato. Non so voi, ma io le adoro, e non solo perché vendono libro a prezzi stracciatissimi, o perché ci si possono trovare titoli o edizioni ormai fuori commercio. Le adoro anche perché a volte si può avere la fortuna di trovare un libro usato in cui il precedente proprietario abbia anche lasciato una traccia di sé. In questo volume in particolare ho trovato trascritte a mano, sulla prima pagina, alcune frasi tratte dal romanzo, evidentemente le preferite del precedente lettore, e mi trovo a concordare con lui perché le ho segnate anch’io. Però queste frasi si trovano solo nella prima parte del romanzo, e non ho potuto fare a meno di chiedermi come mai: forse l’anonimo lettore ha smesso di leggere, ad un certo punto? oppure si è stancato di scrivere le frasi? Perché l’idea che abbia letto tutto il romanzo senza trovare altri brani da fermare, da ricordare, mi pare assurda, visti quanti ne ho scritti io, invece!

Tutto questo per dire che il piacere di leggere un libro già di per sé bello è stato per me aumentato dalle tracce lasciate da qualcuno che ha letto il libro prima di me! :)

Ma bando alle ciance, parliamo del romanzo. La trama si svolge nell’arco di 6 anni circa, e i tempi sono scanditi dalla Grande Guerra. Il protagonista parla col senno di poi di quegli anni spensierati, vedendo coi suoi occhi maturi la morte che “invisibile incrociava già le sue mani ossute” nei brindisi si questi giovani che poco tempo dopo hanno visto la loro vita svanire. Non nel senso che sono morti, ma nel senso che niente è stato più come prima. La Cripta dei Cappuccini è la storia di un mondo che svanisce, e in questo mi ha ricordato molto Downton Abbey, ambientato nello stesso periodo. Qui però la situazione è molto più drastica, e si respira sempre un’aria di impotenza e rassegnazione.

L’ambientazione personalmente l’ho trovata molto bella. C’è Vienna, vista prima (aprile 1913) e dopo (dal dicembre 1918 al febbraio 1919) la guerra, apparentemente la stessa, fisicamente, ma i cambiamenti avvenuti nelle persone, nel modo di vedere la vita, influiscono volenti o nolenti anche sulla città, che cambia aspetto agli occhi del protagonista, vi si sente estraneo. Quasi quasi si trovava meglio in “esilio”, prigioniero prima e disertore poi, in Russia. Questa parte mi è piaciuta, ma un pochino pochino mi ha deluso per l’estrema somiglianza (almeno per quel che posso ricordare) con l’unico altro romanzo di Roth che ho letto, Fuga senza fine. Mi ha dato come l’impressione di voler riproporre di nuovo lo stesso discorso, anche se poi il romanzo di per sé è diverso (ma i temi sono piuttosto simili). Questo qui cominque mi è piaciuo sicuramente di più.

Il segnalibro che ho usato durante la lettura.

I personaggi mi sono piaciuti molto. All’inizio, soprattutto, mi hanno affascinato questi giovani che reputano la moda (e con essa l’accettazione da parte dei propri pari) più importante di qualunque cosa, soprattutto per via di quello che loro consideravano “di moda”: non si detestano gli ebrei perché lo fanno i loro servitori, ma poi i poveri sono guardati come figure affascinanti, e vengono imitati nel modo di vestire. Trotta fin dall’inizio sembra distanziarsi dai suoi amici e coetanei, ma solo perché noi, potendo leggere i suoi pensieri, sappiamo quando non si trova d’accordo con loro, pur fingendo di uniformarsi. E’ soltanto dopo, quando tutto scompare e si trasforma, che la diversità di Trotta emerge con più forza: prima sembra l’unico ad aver compreso la gravità del cambiamento, poi, verso la fine, appare l’unico a non averla davvero afferrata. A proposito di questo finale, devo ammettere che un pochettino mi ha deluso. Non saprei ben spiegare perché ma, arrivata all’ultimo rigo, ho pensato “e quindi?”, come se mi mancasse qualcosa. Eppure lo trovo un finale molto molto adatto al romanzo, veramente non avrei saputo trovarne uno migliore… però, non so, mi ha lasciato un po’ insoddisfatta!

Lo stile è sicuramente il punto su cui non ho proprio nulla da criticare: mi piace tantissimo il modo di scrivere di Roth! Il modo in cui descrive tutte queste persone, i loro gesti, le loro vite tratteggiate a volte anche in poche righe… veramente stupendo! La sensazione di straniamento, di non-appartenenza, chi di noi non le ha mai provate? E Roth le descrive benissimo magari solo con un atteggiamento, o un comportamento particolare, o una frase inutile ripetuta a un cane («Franz, il conto!»). Inutile dire che questo non è l’ultimo romanzo di Roth che leggerò.

Ho deciso di inserire i commenti su titolo e copertina non più in una sezione a parte ma qui, all’interno del commento. La copertina della mia edizione non mi piace particolarmente: l’immagine, troppo piccola per i miei gusti, rappresenta l’Imperatore Francesco Giuseppe I. Attinente sicuramente, ma io forse avrei preferito qualche immagine della Cripta, e sicuramente di dimensioni maggiori.

La tomba di Francesco Giuseppe I, fiancheggiata da quelle della moglie Elisabetta e del figlio Rodolfo.

Il titolo è semplicemente perfetto. Innanzitutto intriga il lettore, o almeno così ha fatto con me. Nella mia mente evoca qualcosa di mistery/gotico/fanta-storico. Invece no, il libro è tutt’altra cosa, ma il titolo è bello proprio per questo, e anche per il fatto che per buona parte del romanzo non si capisce cosa c’entri con la storia. La Cripta viene nominata infatti solo a pagina 114, ma di sfuggita, scompare immediatamente dalla narrazione. Mi c’è infatti voluto un po’ per capire cosa significasse nell’economia del romanzo. Se avete intenzione di leggere anche voi La Cripta dei Cappuccini, e volete gustarvi anche voi questa scoperta fatta andando avanti col romanzo, allora non leggete quando scrivo qui di seguito sotto spoiler. In caso contrario, sappiate che non si tratta di un vero spoiler, ma solo di una spiegazione del titolo di cui, tra l’altro, non ha bisogno chi è magari pratico di storia austro-ungarica. La Cripta dei Cappuccini, o Cripta Imperiale, è una chiesa viennese dove sono sepolti quasi tutti i monarchi austriaci dal 1633 in poi. Nella Cripta è perciò sepolto anche Francesco Giuseppe I, l’ultimo imperatore austro-ungarico, il simbolo di quel mondo di cui Trotta (e Roth con lui) piange la scomparsa.

Commento generale.

La Cripta dei Cappuccini non è uno di quei romanzi che non riesci a smettere di leggere perché ti tengono incollata alla pagine dalla voglia di sapere cosa succederà dopo, però è di sicuro uno di quei libri di cui ti godi ogni singola parola letta. Come ho già detto amo lo stile di Roth, e anche se il tema del romanzo non è uno di quelli che mi vanno più a genio ho letto davvero con piacere questo libro. Come ho detto, Roth è sicuramente un autore che devo approfondire maggiormente!

Curiosità
Grazie a questo romanzo ho scoperto che in molti Paesi dell’Europa centro-orientale si usa la parola servus per salutarsi. Mi suonava strano, poi la solita Wikipedia mi ha illuminato sulla affinità col nostro “ciao”, che deriva dalla parola schiavi, e, come “servus” stava a significare “schiavo/servo vostro”.

Sfide

Questo libro costituisce la XXVI TAPPA del Giro del mondo in 80 libri: EUROPA, Austria, Vienna
Ecco la cartolina che ho mandato ai partecipanti alla sfida:

Mini recensione in 5 parole

Racconto del mondo che svanisce

Scheda del libro

Un ornamento del sarcofago dell’Imperatore Carlo VI, sito all’interno della Cripta dei Cappuccini: un teschio con la corona del Sacro Romano Impero.
Di Erwin Kugler (Opera propria) [GFDL, CC-BY-SA-3.0 o CC-BY-SA-2.5-2.0-1.0], attraverso Wikimedia Commons


Titolo: La Cripta dei Cappuccini
Saga/Serie: Famiglia Von Trotta (2)
Titolo originale: Die Kapuzinergrufi
Genere: storico
Autore: Joseph Roth (biografia)
Nazionalità: austriaca
Anno prima pubblicazione: 1938
Ambientazione: Vienna (Austria), poi Zlotogrod (Polonia), Wiatka (Siberia, Russia) e infine di nuovo Vienna. Dall’aprile 1913 al febbraio 1919.
Personaggi: Francesco Ferdinando Trotta, Joseph Branco, Manes Reisiger, Elisabeth Kovacs
Casa Editrice: Gruppo Editoriale l’Espresso (La Biblioteca di Repubblica – Novecento, 23)
Traduzione: Laura Terreni
Copertina: © Museo Alinari
Pagine: 191
Provenienza: Bancarella dell’usato
Link al libro: IN LETTURAANOBIIGOODREADS
inizio lettura: 18 agosto 2013
fine lettura: 12 settembre 2013

Un po’ di frasi

Il nostro nome è Trotta. La nostra casata è originaria di Sipolje, in Slovenia. Casata, dico; perché noi
non siamo una famiglia. Sipolje non esiste più, da tempo ormai. Oggi, insieme con parecchi comuni limitrofi, forma un centro più grosso. Si sa, è la volontà dei tempi. Gli uomini non sanno stare soli. Si uniscono in assurdi aggruppamenti, e soli non sanno stare neanche i villaggi. Nascono così entità assurde. I contadini sono attratti dalla città e gli stessi villaggi aspirano per l’appunto a diventare città.
[incipit]

Per la prima volta, dopo anni, vidi il mattino in casa mia e mi accorsi che era bello. […] Mi piacevano le finestre aperte. Mi piaceva il sole. Mi piaceva il canto dei merli. Era dorato come il sole di primo mattino.
(Pagina 9)

Anche lui era così smilzo e nero, così bruno di pelle e ossuto, scuro, un autentico figlio del sole, non come noi, i biondi, che del sole siamo solo i figliastri.
(Pagina 10)

Sa, io non sono un patriota, ma ai miei compaesani voglio bene. Tutto un Paese, una patria, è qualcosa di astratto. Ma un compaesano è qualcosa di concreto.
Il conte Chojnicki
(Pagina 29)

L’odore era acuto, ma familiare, quasi come di casa, sebbene io non avessi mai fatto una colazione del genere; il fatto è che allora mi piaceva tutto, ero giovane, e con ciò è detto tutto.
(Pagina 48)

Il vecchio Jadlowker, un ebreo antichissimo dalla barba d’argento, sedeva rigido e mezzo paralizzato davanti all’immenso portone ad arco dai battenti color verde-prato. Somigliava a un inverno che ancora voglia godere gli ultimi bei giorni dell’autunno e portarseli via in quell’eternità così vicina nella quale non esistono più stagioni.
L’argenteo ma pur sempre tiepido sole autunnale inondava di luce il vecchio, che sedeva in faccia all’occidente, che era in attesa della sera e del tramonto, indizi terreni della morte, quasi aspettasse che l’eternità, alla quale quanto prima era destinato, venisse a lui, invece di andarle lui incontro. Instancabili stridevano i grilli. Instancabili gracidavano le rane. Una gran pace regnava in questo mondo, l’acerba pace dell’autunno.
(Pagina 51)

Perfino una morte assurda era preferibile a una vita assurda. Avevo paura della morte. Questo è certo. Io non volevo restare ucciso. Volevo unicamente acquistarmi la sicurezza di poter morire.
(Pagina 53)

Ero ancora troppo giovane per dimostrare commozione senza vergogna. E da quella volta mi sono reso conto che bisogna essere ben maturi e perlomeno avere molta esperienza per mostrare un sentimento senza l’impedimento della vergogna.
(Pagina 64)

Era senza dubbio una di quelle idee che sprezzantemente si definiscono “romantiche”. Eppure, lungi dal vergognarmene, ancora oggi insisto a dire che questo periodo della mia vita, il periodo delle idee romantiche, mi ha avvicinato alla realtà più delle rare non romantiche che ho dovuto forzatamente impormi: ma come sono assurde queste definizioni che ci hanno tramandato! Ammettiamole pure – ebbene: io credo di aver sempre osservato che il cosiddetto uomo realistico se ne sta impenetrabile su questo mondo come un muro di cinta in calcestruzzo, e il cosiddetto romantico è invece come un giardino aperto, in cui la verità entra ed esce a piacimento…
(Pagina 78)

«Lo specchio!». Jacques le portò lo specchietto ovale. Si guardò il viso per un bel po’, senza fare un gesto. Sì, le donne del suo tempo non avevano ancora bisogno di aggiustarsi con belletto, cipria, pettini o anche semplicemente con le sole dita, vestito, viso, capelli. Era come se mia madre comandasse disciplina e distinzione ai capelli, alla faccia, al vestito, soltanto con lo sguardo col quale ora esaminava la sua immagine riflessa. Senza che avesse mosso una mano, sparì d’un tratto qualsiasi familiarità, intimità, e io stesso mi sentii pressappoco come un ospite in casa di una vecchia signora sconosciuta.
(Pagina 83)

spoiler (pag. 91) Leggi

Delle vie traverse e diritte per le quali arrivammo in Siberia non sto a raccontare. Vie diritte e traverse
s’intendono da sé.
(Pagina 100)

Mi riesce estremamente difficile raccogliere le idee se ci sono degli odori penetranti. L’odore è più potente
del rumore.
(Pagina 130-31)

Pensai che avrebbe ordinato un liquore. Ma invece chiese würstel con rafano. Le donne in lacrime hanno appetito, pensai. Inoltre il rafano giustifica le lacrime.
(Pagina 131)

Tutti noi avevamo perso rango e posizione e nome, casa e denaro e valori: passato, presente, futuro. Ogni mattina quando aprivamo gli occhi, ogni notte quando ci mettevamo a dormire imprecavamo alla morte che invano ci aveva attirato alla sua festa grandiosa. E ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sotto terra e la primavera ventura dalle loro ossa sarebbero nate le violette. Noi invece eravamo tornati a casa disperatamente sterili, coi lombi fiaccati, una generazione votata alla morte, che la morte aveva sdegnato.
(Pagina 141)

Il signor von Stettenheim, per guardare l’ora sul suo orologio da polso, aveva l’abitudine di portarsi la mano sinistra davanti agli occhi dopo aver proteso il braccio con un gesto brusco che faceva trasalire. Io avevo sempre l’impressione che desse un pugno a un suo vicino di sinistra, che per fortuna non esisteva. Quando sollevava la tazzina del caffè usava allungare, come le istitutrici, il dito mignolo della mano destra, per l’appunto il dito al quale portava il suo massiccio anello col blasone.
(Pagina 151)

Avevano due figli, due maschi: gemelli; e tutti e due, per semplicità, si chiamavano Branco.
(Pagina 166)

Per piccola, brutta e rossastra che fosse la cosa fra le mie braccia, da essa emanava una forza indicibile. E più: era come se in questo povero tenero corpicino si fosse accumulata tutta la mia forza, come se tenessi in mano me stesso e il meglio di me.
Trotta tiene in braccio il figlio appena nato
(Pagina 172)

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3 commenti per La Cripta dei Cappuccini

  1. Camilla P. scrive:

    Come sono felice che ti sia piaciuto! Anche io sono rimasta catturata dallo stile di Roth e dalle sue descrizioni della realtà mitteleuropea. Abbiamo anche delle frasi in comune, tra quelle che ci sono piaciute di più :)

    Per quanto riguarda i mercatini, anche io amo trovare testimonianze dei precedenti possessori del libro… Danno sempre un’ulteriore chiave di lettura.
    Tra l’altro, ti dirò, la grafia di quelle citazioni assomiglia un po’ a una scrittura che ho già visto, ma non riesco proprio a ricordarmi dove :D


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