scritto da Phoebes
lunedì 12 Ottobre 2020
alle 15:52
Categoria : Murgia



di Michela Murgia


– Però devi studiare l’italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia.
– Perché, Tzia…
– Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia.

(Pagina 26)

Maria è una fill’e anima, cioè una bambina data informalmente in adozione da una famiglia povera ad una donna senza figli, una pratica diffusa in Sardegna. La sua madre adottiva è l’anziana Tzia Bonaria Urrai, la sarta del villaggio. O almeno così crede la piccola. In realtà Tzia Bonaria ha un’altra, più importante, occupazione: è l’accabadora.

La copertina dell’albo numero 59 di Dampyr “dedicato” alle accabadoras.

Quando uscì questo libro e fece molto successo, cosa erano le accabadoras io lo sapevo per averlo letto in un albo del fumetto Dampyr, il numero 59 del 2005, che le traduceva nel titolo con “Le Terminatrici”. Tra l’altro, mi sono riletta l’albo visto che non lo ricordavo per niente e ci sono rimasta un po’ male perché non sono tanto le accabadoras le protagoniste quanto una faida centenaria tra due famiglie del paese.

Il romanzo comunque non parla dell’accabadora, o meglio, non è quello il suo scopo. La trama infatti segue la vita di Maria, con alcuni episodi significativi, con Tzia Bonaria ma anche con altri personaggi, da bambina la vediamo crescere e diventare donna, tanto che tra le altre cose questo potrebbe anche essere considerato un romanzo di formazione. Soprattutto comunque è la bellissima ambientazione, a mio parere, a rendere quella che poteva essere una storia interessante ma tutto sommato non particolarmente originale, qualcosa di speciale.

Accabadora di Shargon8

Siamo ovviamente in Sardegna, in un piccolo paesello chiamato Soreni che, a meno di essermi persa io qualche indicazione, non è precisamente collocato nella regione. La storia inizia quando Maria ha sei anni e siamo nel 1953, e finisce che la giovane ne ha circa 20, quindi siamo alla fine degli anni 60. Eppure l’atmosfera è quella di un tempo molto più antico, non sembra di stare nel XX secolo: la superstizione si intreccia con la vita quotidiana, ma soprattutto ci sono usanze e rituali che, almeno per quanto mi riguarda, appaiono tanto strani e hanno un sapote veramente antico. Come le “atitadoras”, donne che piangono a pagamento ai funerali, o che volendo lo fanno anche gratis, che fa tanto antica Grecia e sembra una cosa così artificiale e forse un po’ ridicola, ma che invece viene presentata come una partecipazione di tutto il paese al lutto di un concittadino, per aiutare la famiglia a sopportare il peso della perdita, assimilandola a quella di tutti gli altri.

Per un breve periodo Maria si sposta a Torino, e ovviamente quello che percepiamo di questa città sono tutte le enormi differenze rispetto alla Sardegna, il freddo innanzi tutto, ma anche l’estrema razionalità della pianta, così inconcepibile per Maria.

Il segnalibro che ho usato durante la lettura. Rappresenta una delle mie attrici preferite, Amber Benson, e l’ho scelto per il semplice motivo he era scuro come la copertina d questo libro.

Oltre alle due protagoniste i personaggi secondari non sono pochi, alcuni anche interessanti, ma nessuno che spicchi particolarmente. Quello che spicca però sono i nomi: anche qui, sempre per la lontananza della mia cultura dal quella sarda, li ho trovati un sacco strani e non sempre sono riuscita a capire se si trattava di veri nomi o soprannomi. Per esempio Arrafiei, il fidanzato di Bonaria perduto in guerra, intuivo che fosse il diminutivo di qualche nome, ma se non l’avesse scritto nel libro non avrei capito che era di Raffaele. E invece Bonacatta, la sorella maggiore di Maria, ancora non capisco se è un nome vero o un qualche diminutivo!

Lo stile di Murgia mi è piaciuto molto. È ricco, senza essere pesante, alcuni brani erano un piacere da leggere, ma non ho mai avvertito fatica, le pagine scorrevano con facilità. E, soprattutto, mi pesava interrompere la lettura e mettere giù il libro, e cercavo ogni momento di pausa per leggere un po’, cosa che non mi accade più tanto spesso di recente.

E ora vorrei spendere qualche parolina in più per parlare delle due protagoniste. Come ho detto Accabadora racconta la storia di Maria, questa fill’e anima che da piccola si è ritrovata, senza che nessuno le chiedesse o spiegasse niente, con una nuova mamma. Seguiamo Maria, pensiamo con lei, vediamo con i suoi occhi la realtà che la circonda. Però per quanto mi riguarda, protagonista o no, il personaggio che ho trovato indubbiamente più interessante è proprio Bonaria Urrai, l’accabadora. Sicuramente questa sua occupazione spicca, da un punto di vista antropologico è estremamente affascinante, e come successe dopo la lettura di Dampyr vorrei saperne di più. A prescindere da quale sia l’opinione che uno ha sull’eutanasia, quella dell’accabadora è comunque una figura molto potente, e mi colpisce anche per il fatto che sono solo le donne a farlo. Da quanto ho capito leggendo questo romanzo l’accabadora è un po’ la fattucchiera del paese, quella da cui si va se si pensa di di avere il malocchio, quella che aiuta le madri a partorire, e poi ovviamente quella che si chiama se si desidera l’eutanasia. Bonaria Urrai, madre putativa di Maria Listru, è stata anche l’ultima madre per tanti abitanti di Soreni, quella che elargiva il più pietoso dei doni, quello definitivo.

Sa Accabadora di FrancescoCherveddu

Ma Tzia Bonaria Urrai mi ha colpito anche a prescindere da questo. Intanto è una donna che è rimasta nubile tutta la vita e si è ricavata una posizione di grande rispetto nella cittadina in cui vive, come accabadora, sicuramente, ma anche come abilissima sarta. Non ha studiato, ha solo la terza elementare, ma capisce benissimo l’importanza dell’istruzione, insistendo perché Maria studi il più possibile, come spiega nella frase che mi è piaciuta di più in tutto il libro e che ho riporta all’inizio, questo concetto per cui studiare serve a sopravvivere alle calamità, io mi ci trovo d’accordissimo. Ecco, sarà deformazione professionale, ma l’attenzione alla cultura, all’istruzione, è uno degli aspetti che mi ha colpito di più di questo libro. Per esempio l’episodio dei dolci chiamati gueffus: Maria li sta preparando con la famiglia di origine, e la madre e le sorelle la prendono in giro per il suo interesse nello studio, e lei per mostrare che l’istruzione si può applicare a tutte le circostanze della vita, spiega loro perché quei dolci si chiamano così, che la parola deriva dai guelfi. Ovviamente ottiene solo altre risate di scherno, ma molte pagine dopo scopriamo che la madre stessa di Maria si era fatta bella con altri di questa conoscenza. Essere ignoranti non piace a nessuno, nemmeno a quelli che l’istruzione la deridono. Che poi se non si sanno le cose, non si torna dalle guerre.

Commento generale.

Un romanzo che mi affascinava e che sapevo mi sarebbe piaciuto, si è rivelato diverso da quello che mi aspettavo ma non per questo meno bello. Uno spaccato della Sardegna della metà del secolo scorso, una storia di donne, tradizioni e varie forme e manifestazioni di amore. Una bellissima lettura che consiglio a tutti.

Copertina e titolo

La copertina di questo libro mi piace molto, con la figura femminile che emerge dall’oscurità alla luce delle candele, molto suggestivo a unito al tema per certi versi un po’ mistico/religioso dell’accabadora. Il titolo è uno di quelli estremamente semplici e per questo molto riusciti.

Curiosità

Cercando immagini da inserire in questo post ho scoperto che AccabadorA è il nome di una band black metal sarda. Non trovo loro notizie più recenti del 2018, quindi non so se sono ancora attivi, però certo mi hanno incuriosita molto! Non li ho trovati su Spotify, però in compenso ho trovato altri brani di altri autori intitolati “Accabadora”. Vi lascio qui quelli che mi sono piaciuti di più, premettendo che non conosco nessuno di questi cantanti/gruppi, ho ascoltato solo le canzoni in questione.

“Accabaora” di DubZenStep

“S’Accabadora” di Simona Salis (questa qui è in sardo quindi non ho capito una parola, ma comunque mi è piaciuta!)

“L’accabaora” di La Moncada

“S’accabadora” di MaterDea

Mini recensione

Affascinante affresco sardo al femminile

accabadora di andreapes

Titolo: Accabadora
Genere: storico
Autore: Michela Murgia (Wikipedia)
Nazionalità: italiana
Prima pubblicazione: 2009
Ambientazione: Soreni, Sardegna; da 1953 alla fine degli anni 60 del XX secolo
Personaggi: Maria Listru, “Tzia” Bonaria Urrai
Casa Editrice: Einaudi
Copertina: Carlo Bevilacqua, Fede, 1955
Pagine: 163
ISBN: 978-88-06-22189-8
Provenienza: Amazon, 24 settembre 2020
Link al libro: IN LETTURAGOODREADSANOBII
inizio lettura: 1 ottobre 2020
fine lettura: 3 ottobre 2020

Sfide

Un po’ di frasi

Fillus de anima.
È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.
[incipit]

Il fatto era che, pur essendo convinto che almeno metà delle cose della vita fossero misteri della volontà divina, Frantziscu Pisu sapeva bene che l’altra metà erano frutti chiari della stupidità degli uomini.
(Pagina 94)

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