scritto da Phoebes
giovedì 11 20 Marzo10
alle 23:24
Categoria : _gruppi di lettura_

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Anche in questi capitoli si alternano le vicende di Levin e Kitty da una parte, e Anna d’all’altra.
[Curioso che i primi due mi vengano in mente sempre in coppia, mentre Anna da sola, non l’associo a Vronskij]

Levin e Kitty accantonano i loro problemi di coppia per preoccuparsi del povero Nickolaj.
Bello vedere Kitty così operosa: è quel tipo di persona che arriva in un posto dove c’è una situazione che pare stabile e fossilizzata, e subito sa cosa fare, non rimane con le mano in mano, nemmeno di fronte all’inevitabile.
Come sempre, anche riguardo alla morte Tolstoj si riconferma un maestro, nel mostrarci tutti i punti di vista su questo argomento. In particolare mi è piaciuto il pezzetto un po’ cinico in cui diceva che dopo tutti quei giorni di agonia tutti quanti ormai si auguravano la morte dell’infermo, amici e parenti ma anche il personale dell’albergo. Tutti, tranne il malato.
Piccola cosa un po’ strana: il capitolo XX è l’unico (almeno finora) che ha un titolo, nella mia edizione, si intitola La morte.

Torniamo a Pietroburgo con Anna e Vronskj, e approfondiamo un pochino di più due personaggi che finora erano stati quasi solo nominati.
Il primo è la contessa Lidija Ivanovna. Nonostante non mi piaccia particolarmente come personaggio, non ho potuto non provare un po’ di simpatia per lei in questi capitoli, per il fatto che alla sua età ha riscoperto la passione per un uomo, a causa della di lui sconfinata bontà (almeno così la vede lei!).
L’altro personaggio è il piccolo Serëža: Tolstoj ci fa entrare per qualche pagina nella sua mente di bambino, e devo dire che, nonostante la sua allegria e spensieratezza, mi ha fatto molta pena. Oggi come allora, quando i genitori litigano, pare che le vittime debbano sempre essere i figli.

Più di tutti, comunque, più di Nickolaj, più di Serëža, ho provato pena in questi capitoli per Anna.
Com’era prevedibile, la situazione che già a stento potevano reggere all’estero, a San Pietroburgo degenera inevitabilmente. Mi fa una rabbia vedere Anna così maltrattata! Di solito, quando leggo la storia di un tradimento, non riesco a provare simpatia per l’adultero. Ma qui non stiamo parlando di una donna che tradisce l’uomo che ama: Karenin è il marito che ad Anna è stato “imposto”, non se l’è scelto. Insomma, non mi sembra tanto colpevole, e di sicuro non si meritava l’umiliazione inflittale dalla Kartasova.
E Vronskij continua a non capirla, a trascurarla e poi a stupirsi se lei si sente sola. Altra mirabile perla la parte finale del XXXIII capitolo, quando i due fanno la pace perché Vronskij si costringe a dirle delle banalità di cui si vergogna anche, ma che vede sono l’unico modo per calmarla.
E poi, partono per la campagna. Come alla fine della quarta parte, reagiscono ad una crisi con una fuga. Speriamo che stavolta le cose vadano un po’ meglio.

Un’ultima cosa: la scena degli insulti ad Anna da parte della Kartasova è stata sicuramente molto triste (e meno male che Tolstoj ha scelto di non farcela vedere, ma solo raccontare dopo che è già avvenuta!), però il momento in cui Anna mi ha fatto più tristezza tanto da commuovermi, è stato dopo la visita al figlio.
Non aveva pensato più ai giocattoli e li riportò a casa, mentre il giorno innanzi li aveva scelti nel negozio con tanto amore e tanta tristezza.
Ecco, in questa semplice frase ho potuto vedere tutta l’infelice situazione della nostra eroina (che finalmente comincio a sentire come tale), il suo dolore, e anche l’assenza di una reale via d’uscita.
Povera Anna!

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