Il Gattopardo

di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Titolo: Il Gattopardo
Genere: storico
Autore: Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Wikipedia)
Nazione: Italia
Anno prima pubblicazione: 1957
Ambientazione: Sicilia, anni Sessanta del XIX secolo
Personaggi: Fabrizio Corbera
Casa Editrice: Feltrinelli

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
Tancredi

Il Gattopardo è lo stemma della famiglia Salina, ed in un certo senso ne rappresenta lo spirito, la fierezza, la nobiltà. Ma siamo nei mutevoli tempi dell’Unità d’Italia, la Sicilia viene annessa al Regno di Sardegna, «perché tutto rimanga com’è, occorre che tutto cambi». Ed, in effetti, tutto cambia.

Questo è il primo libro della sfida dei libri non letti che finisco. Sono davvero molto contenta di aver partecipato a questa sfida, perché mi ha permesso di riscoprire questo autore. Il libro, infatti, l’avevo acquistato molto tempo fa, e non ricordo nemmeno se poi l’avevo iniziato o no, perché proprio non mi attirava, l’avevo preso perché mi ero fissata di voler leggere tutti i classici, e questo era un libro famoso, ma poi giunta ai fatti non m’era mai venuta voglia di leggerlo. Perciò tanti tanti ringraziamenti alla sfida, visto che ora che finalmente l’ho “affrontato”, ho scoperto che è proprio un bel libro!

Il segnalibro che ho usato durante la lettura.

Già dalle prime pagine sono rimasta affascinata dal modo di scrivere di Lampedusa, soprattutto dalle sue descrizioni. Queste ultime sono per me a volte i punti dolenti, altre quelli degni di nota in un romanzo: insomma, o le trovo noiosissime, oppure affascinanti. E, come ho detto, in questo libro mi sono piaciute assai, fin dall’inizio.

Poi continuando nella lettura ho amato della scrittura di Lampedusa le introspezioni, i “giudizi” per bocca dei personaggi, e soprattutto la sua ironia. E mi è piaciuto molto anche il suo modo di parlare della “sicilianità”: come negli scrittori russi, ho notato che nei siciliani (vedi Sciascia) c’è questa tendenza ad accentuare le particolarità dei loro conterranei, e questa cosa è incredibilmente presente ne Il Gattopardo, lo stesso Principe Fabrizio spiega per alcune pagine ad un funzionario piemontese i vari aspetti e le ragioni di questa sicilianità.

Insomma, una lettura proprio molto soddisfacente, tranne per il fatto che ha portato alla luce la mia incredibile ignoranza in Storia, visto che delle vicende di quel periodo ricordavo assai poco.

Lettura molto piacevole, comunque, anche perché ricca di frasi da riportare, perciò, come sempre, seguono un po’ di citazioni!

Un po’ di frasi

Il sole, che tuttavia era ben lontano in quel mattino del 13 Maggio dalla massima sua foga, si rivelava come l’autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni volenti, in violenze che partecipavano dell’arbitrarietà dei sogni.

Per rassicurare la figlia si mise a spiegare la scarsa efficacia dei fucili dell’esercito regio […]; spiegazioni tecniche in mala fede per giunta, che pochi capirono e delle quali nessuno fu convinto ma che consolarono tutti perché erano riuscite a trasformare la guerra in un pulito diagramma di forze da quel caos estremamente concreto e sudicio che essa in realtà è.

[…] i villici di Donnafugata […], avvezzi a vedere il Gattopardo baffuto danzare sulla facciata del palazzo, sul frontone delle chiese, in cima alle fontane, sulle piastrelle maiolicate delle case, erano curiosi di vedere adesso l’autentico Gattopardo in pantaloni di piqué distribuire a tutti zampate amichevoli e sorridere nel volto di felino cortese.

In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”.
Don Fabrizio Salina

[…] si capiva subito che Vincenzino era “uomo di onore”; uno di quegli imbecilli violenti capaci di ogni strage.

Come sempre la considerazione della propria morte lo rasserenava tanto quanto lo aveva turbato quella della morte degli altri; forse perché, stringi stringi, la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo?

La morte, sì, esisteva, senza dubbio, ma era roba ad uso degli altri; Don Fabrizio pensava che è per la ignoranza intima di questa suprema consolazione che i giovani sentono i dolori più acerbamente dei vecchi: per questi l’uscita di sicurezza è più vicina.

Come sempre il vederle [le stelle] lo rianimò; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi.

[…] le veniva meno adesso […] la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità, consolazione che è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati.

Ora, avendo finito oggi questo libro, sarei giusto in tempo per poter iniziare la seconda sfida a cui partecipo, ma siccome per quella ho scelto un solo libro, e c’è tempo fino al 21 dicembre, proseguirò con la sfida dei libri non letti approcciandomi per la prima volta a Montalbano!