scritto da Phoebes
giovedì 2 20 Giugno11
alle 19:43
Categoria : Dick

di Philip K. Dick

Una gioviale scossetta elettrica, trasmessa dalla sveglia automatica incorporata nel modulatore d’umore che si trovava vicino al letto, destò Rick Deckard. Sorpreso – lo sorprendeva sempre il trovarsi sveglio senza alcun preavviso – si alzò dal letto con indosso il pigiama multicolore e si stiracchiò. Ora, nell’altro letto, anche Iran, sua moglie, dischiuse gli occhi grigi, tutt’altro che gioviali, sbatté le palpebre, quindi gemette e li richiuse.
[incipit]

Rick Deckard è un cacciatore di taglie, ovvero un poliziotto il cui compito è scovare androidi giunti illegalmente sulla Terra e “ritirarli”, eufemismo per indicare che deve ucciderli.
Siamo a San Francisco, in un pianeta devastato dalla terza guerra mondiale, minacciato dalla polvere radioattiva ancora presente nell’aria, ostile e quasi disabitato. Insieme agli “speciali” (esseri umani gravemente danneggiati dalla polvere) a cui non è permesso emigrare, resiste ancora un pugno di essere umani normali che si rifiuta di partire per le colonie marziane, nonostante gli allettanti incentivi del governo.
E poi ci sono gli androidi, che pur sapendo di andare incontro a morte certa, fuggono sulla Terra, per inseguire quello che da sempre è il loro unico sogno: essere umani.

Prima di iniziare a commentare il libro, permettetemi di spendere due parole sulla sua acquisizione (anche se ne ho già parlato QUI). Era da moltissimo che volevo leggere il libro da cui è stato tratto il film Blade Runner, così un giorno sono andata in libreria puntando proprio questo libro in particolare (mentre di solito quando vado giro e rigiro e compro seguendo l’impulso del momento, o, spesso, gli sconti!). E siccome quando mi fisso con qualcosa smuovermi è difficile, ho mandato il commesso a scovarmi questa edizione (che costava ben 3 € in più dell’altra ed è con la copertina rigida – che a me non piace molto, preferisco la morbida!) solo perché volevo avere il libro che avesse come titolo la traduzione esatta di quello originale (l’altro si intitolava Blade Runner). So’ malata, lo so! :D Ma sono contenta di aver fatto questa piccola pazzia, perché questo titolo mi piace proprio, proprio tanto! :)

Veniamo allora a queste pecore elettriche! Come si può intuire dal voto alto, il libro m’è piaciuto tantissimo! Avevo un po’ paura, ad essere sincera, perché a volte capita che quando ho amato molto film (e io adoro Blade Runner!) la lettura dell’originale versione cartacea sia l’eccezione che conferma la regola del “è sempre meglio il libro”. Invece stavolta libro e film raggiungono un ottimo pari merito, devo dire, con, forse, un gradimento leggermente pendente più verso il libro (ma forse, dopo che mi sarò rivista il film, cambierò idea di nuovo!). Ma delle differenze tra i due parlerò in un altro post. Ora concentriamoci sul libro.

Il romanzo è ambientato in un futuro post apocalittico, dove la terza guerra mondiale ha devastato il pianeta, ma dove è comunque presente una tecnologia superiore, con auto volanti, pistole al laser e, ovviamente, androidi. Come sempre, mi ha fatto uno stranissimo effetto scoprire che questo mondo distopico Dick lo immaginava nel 1992! :)
Per tutta la durata del libro (che copre un arco di circa 24 ore) seguiamo Rick Deckard nel suo lavoro di cacciatore di taglie, scoprendo a poco a poco questo mondo fantascientifico che per lui è la quotidianità.
Tra le tante diavolerie tecnologiche, la prima che incontriamo è una di quelle che mi ha colpito di più: il modulatore d’umore. E’ un oggetto al tempo stesso orripilante e affascinante: si tratta di un aggeggio che conferisce alla persona che lo usa un determinato umore, scelto selezionando un codice numerico. Per esempio Deckard lo usa per svegliarsi, impostandolo in modo da essere contento di alzarsi dal letto. Oppure si può scegliere il codice 888 e ottenere il “desiderio di guardare la tv, qualsiasi cosa trasmetta”. Da una parte dà proprio l’idea di poter risolvere un sacco di problemi (tipo, io sicuramente imposterei la scelta rapida per “avere voglia di studiare”!), però… è terrificante il pensiero di un umore artificiale!!!
Ma questo è un dettaglio secondario, di questo modificatore d’umore si parlerà poco, ma presentatoci così all’inizio ci fornisce già un’idea di come è strutturato questo mondo, della sua artificiosità anche nei sentimenti, della difficoltà di resistere su un pianeta che l’uomo ha distrutto, e che ora lo sta a sua volta scacciando. E poco dopo incontriamo la seconda “diavoleria tecnologica” che, pur non essendo fondamentale alla trama, ne costituisce comunque un aspetto importante: gli animali elettrici. La nube radioattiva ha ucciso quasi tutti gli animali, moltissime specie sono estinte, e un gatto, una pecora, uno scoiattolo veri sono rarità ambite da chiunque, uno status symbol. Il nostro Deckard ha, poverino, solo una pecora elettrica, ma la cura come fosse vera per non far scoprire ai vicini la verità: è veramente desolante non avere neanche un animale vero!

Proseguiamo seguendo la giornata di Deckard; al lavoro gli capita un caso importante: ben 8 droidi* fuggiti insieme dalle colonie, sono stati rintracciati da un collega che è riuscito a ritirarne due, prima di essere ferito da uno di loro. Così a Deckard viene affidato l’incarico di trovare i rimanenti sei, e la cosa non sembra per nulla facile, perché questi droidi sono di un nuovo modello, il Nexus-6: questo significa più intelligenti, più simili agli umani e, soprattutto, non ancora sottoposti ai test con cui di solito i cacciatori di taglie identificano gli androidi. Per cercare di ovviare a questo problema ed essere più pronto del collega ferito, Deckard viene mandato alla sede della fabbrica Rosen, per parlare con coloro che costruiscono gli androidi. E qui incontra Rachel, la giovane nipote del presidente dell’azienda. Rachel è in realtà un’androide, come scopriamo ben presto: il primo Nexus-6 incontrato da Deckard, il primo in assoluto per noi lettori. Il suo personaggio fa quindi la sua comparsa con un’ambiguità, e rimarrà per tutto il tempo non completamente decifrabile, passando di continuo dall’umanità alla “roboticità”, e viceversa. Nel finale, quando Deckard porta a termine il suo lavoro, dopo aver visto gli androidi che prima parevano tanto umani disumanizzarsi sempre di più, scopriamo che nel frattempo Rachel è andata a casa di Deckard e ha ucciso la capra vera che lui aveva comprato con i soldi delle prime taglie. Un gesto crudele, ma umanissimo nella sua assurdità, dettato da gelosia, o vendetta, o forse rancore: in ogni caso, tutti sentimenti molto umani.

Ma il personaggio che ho trovato più interessante di tutti è stato Phil Resch. Deckard lo incontra nel falso commissariato androide, e subito si intuisce, e ci viene confermato da un altro personaggio, che è un androide anche lui, però con una memoria finta: crede davvero di essere umano, e la cosa è ancor più strana se si pensa che di mestiere fa anche lui il cacciatore di taglie. Il motivo per cui mi ha colpito così tanto questo personaggio è che ho empatizzato con lui fin da subito, perché da subito avevo intuito la sua situazione di androide ignaro. Ed ecco che dopo un bel po’ arriva la sorpresa: Resch non è affatto un androide, è davvero un umano! E allora all’improvviso tutta la simpatia che provavo per lui è scemata! In effetti più che il personaggio stesso quel che ho trovato interessante è stato il modo in cui ha colpito la mia immaginazione, il modo strano in cui ha smosso la mia empatia.

A proposito di empatia, pare sia proprio questa la caratteristica principale che distingue gli esseri umani dagli androidi più evoluti: questi ultimi ne sono sprovvisti. Possono fingerla, ma non abbastanza bene da superare il test dei cacciatori di taglie. E non sono in grado di usare la scatola empatica. Quest’ultima è un’altra delle “diavolerie tecnologiche” che fa da specchio alla società descritta in questo libro. E’ un oggetto che ha che fare con la religione: tramite la scatola le persone possono entrare nella mente di Wilbur Mercier e condividere la sua esperienza mistica, insieme a tutte le altre persone del pianeta collegate in quel momento. Insomma, è una specie di preghiera virtuale! Contrapposto a Mercier c’è il programma televisivo più seguito da tutta l’umanità, il Buster Friendly Show, che va in onda su tv e radio, 23 ore su 24, un programma comico che non disdegna di prendere ogni tanto un po’ in giro anche il mercerianesimo. Perché?, si chiede J.R. Isidore, uno speciale che lavora per una finta Clinica per Animali che in realtà fa riparazioni ad animali elettrici. E, nonostante il suo cervello di gallina, riesce a darsi una risposta assai perspicace: Wilbur Mercier e Buster Friendly sono in concorrenza l’uno con l’altro. Ma in concorrenza per cosa?
Per le nostre menti, concluse. Litigano per il controllo della nostra psiche; la scatola empatica da un lato, gli sberleffi e le allusioni maligne di Buster dall’altro.

La verità di tale affermazioni risulterà ancora più lampante quando verso la fine si scoprirà (anche se era prevedibile) che Buster Friendly è un androide. Quindi la lotta televisione vs religione è la sintesi del conflitto androidi vs umani, e la maggior parte delle persone, come lo stesso Isidore, si trova in balia di entrambi, non riesce a scegliere, anche dopo che nel finale Buster Friendly rivelerà al mondo che Mercier è una truffa, i seguaci del mercerianesimo non abbandoneranno la loro religione, così come non smetteranno di seguire Buster. Quanto è attuale tutto questo? Questo ottundersi delle menti (vedi anche il modulatore d’umore) per vincere la depressione e la perenne sensazioni di fallimento che attanaglia l’umanità? D’altronde, lo dice anche Mercier: non c’è salvezza. Dopo aver raggiunto la cime della collina, si ricomincia tutto da capo, si scende di nuovo agli inferi.

E in mezzo a tutto questo, dappertutto, pronta a prendere il sopravvento, c’è la palta#.
Nessuno può battere la palta, tranne che per un po’ di tempo e forse in un posto solo, come nel mio appartamento per esempio, dove ho creato una specie di equilibrio tra la pressione della palta e della nonpalta, finché dura. Ma poi morirò o me ne andrò, e allora la palta riprenderà il sopravvento. E’ un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato finale di paltizzazione totale e assoluta.
Isidore

Quando l’ho studiata a scuola ricordo si chiamava entropia, ;) ma più o meno è la stessa cosa! Che immagine riuscitissima questa della palta, non posso fare a meno di ripensarci ogni volta che guardo la mia scrivania! La palta ci sommergerà, alla fine l’avrà vinta lei!
E ancora una volta, anche in questa riflessione di Isidore, si sente il peso dell’ineluttabile, dell’impossibilità di riuscire, di ottenere qualcosa di buono e durevole.

Come definire allora il finale di questo romanzo? Non lo so, so solo che una volta chiuso il libro sono tornata più e più volte a ripensarci, a riflettere su comportamenti di umani e androidi, a confonderli tra loro, ad immedesimarmi. Alla fine devo ammettere di aver parteggiato quasi sempre per gli androidi, non posso farci niente, mi affascina da morire la figura della “cosa” che vuole essere umana, che si sente umana, e soffre nel tentativo di emulare il suo creatore, nonostante spesso e volentieri provi odio nei suoi confronti. Il tema del robot umanizzato (o anche animalizzato, in questo caso) è da sempre uno dei miei preferiti nella fantascienza! Recentemente, poi, dopo la scorpacciata di Battlestar Galactica, sono ancora più presa da questo topos!
I due personaggi con cui più mi sono identificata però sono Rick Deckard e J.R. Isidore. Entrambi umani. Entrambi a contatto coi droidi per lavoro (antropomorfi il primo, animali il secondo). Entrambi, volenti o nolenti, hanno sviluppato una certa empatia per questi “oggetti”, ed è per questo che io a mia volta ho empatizzato molto con loro.
Insomma, questo libro sembra veramente fatto apposta per me, la narrazione si incastrava perfettamente con le mie emozioni, portandole per mano, accompagnandole con variazioni di prospettive, riuscendo a dare ogni volta il risultato per me migliore! Fino alla scena finale, quando Deckard torna a casa esausto, vincitore ma sconfitto. Chiudendo il ciclo iniziato col suo risveglio nell’incipit ritorna a dormire, forse sognare. E la moglie, che abbiamo intravisto abbattuta da una depressione semi-volontaria, ritrova in contrasto forza e desiderio di vivere nel prendersi cura del marito e del rospo elettrico.
E della povera pecora elettrica che dà il titolo al romanzo, non se ne sa più niente! :)
Scherzi a parte, in realtà qualcosa di insoddisfacente in questo libro (che mi ha fatto fermare il voto a 9) c’è. Per esempio avrei voluto sapere di più sugli androidi e sulle colonie marziane. Avrei voluto capire un po’ meglio la società: questo libro è classificato come distopico, viene ribadito anche nella postfazione, però io forse l’avrei definito più post-apocalittico che distopico. Vero è però che del distopico ha il conformismo dominante, l’ottundimento delle coscienze, l’assenza del legame con la vita quotidiana. E sicuramente il mondo mostrato in questo romanzo è tutt’altro che utopico.

Dammi 45 parole

Sembra scritto apposta per me
La palta ci sommergerà tutti!
Sì, [e] spesso anche gli umani (in risposta alla domanda posta nel titolo)

Scheda del libro

Titolo: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
Autore: Philip Kindred Dick
Titolo originale: Do Androids Dream of Eletric Sheep?
Anno prima pubblicazione: 1968
Casa Editrice: Fanucci
Traduzione: Riccardo Duranti
Introduzione e cura: Carlo Pagetti
Postfazione: Gabriele Frasca
Pagine: 264
sito ufficiale dell’autore: LINK
aNobii: LINK

Ho deciso di leggere questo libro dopo averne sentito parlare QUI (oltre che, ovviamente, per aver visto Blade Runner).

Segnalibri: quello che ho usato durante la lettura (qui a destra) è stato realizzato da me: l’ho scelto perché gli androidi mi facevano pensare ai cylon di Battlestar Galactica, e devo dire che la scelta è stata azzeccatissima, perché più di una volta durante la lettura ho pensato a questo telefilm! Anche il segnalibro in alto a sinistra, dedicato al libro, è mio! :)

Trasposizioni commentate

Blade Runner (cooming soon)

Un po’ di frasi

«Va bene» disse Iran. «Lo voglio in perfetta efficienza. Mio marito gli è molto affezionato.» Le dettò l’indirizzo e riappese.
Poi, sentendosi già meglio, finalmente si preparò una bella tazza di caffè nero e fumante.

[explicit]


* Nel libro le parole “droide” e “androide” sono usate come sinonimi. Con le mie non immense conoscenze fantascientifiche, penso che dovrebbero essere due cose diverse: la differenza principale è che l’androide, come dice il nome stesso – che deriva dal greco ανήρ, ανδρός, che significa “uomo” – è un “robot” di forma umana, però, forse (immagino), la parola droide non è in contrasto, ma è semplicemente un termine più generico. Solo che ho scoperto che in originale la parola tradotta con “droide” era “andy“, una sorta di diminutivo di android. A questo punto il significato della versione italiana diviene un po’ diverso, io sinceramente la valenza di diminutivo non l’avevo proprio notata.
Comunque nel commento io uso entrambi i termini nel significato che gli ho dato io, ovvero l’androide è un droide antropomorfo: non so se sia la giusta interpretazione, ma mi sembrava quella più razionale! :)

# Palta, dice il dizionario online della Hoepli, è sinonimo di “melma, poltiglia, pantano”. L’originale inglese è kipple, di cui non ho trovato traduzione sul vocablario.

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5 commenti per Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

  1. Camilla P. scrive:

    Un altro libro che milita da un po’ nella mia lista infinita di libri da leggere… però sono contenta che ti sia piaciuto così tanto :D

  2. Phoebes scrive:

    Guarda, in generale io lo consiglio perché comunque è, secondo me, un gran bel libro, però non vorrei crearti false aspettative perché, come ho detto nella recensione, a me è piaciuto così tanto perché mi è sembrato proprio che fosse stato scritto per me, mettendoci tutto quello che mi piace! :D


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