scritto da Phoebes
giovedì 18 marzo 2010
alle 20:59
Categoria : De Luca


di Erri De Luca

Anno: 1994
Casa Editrice: Feltrinelli
pagine: 127
In alto a sinistra su aNobii

Questo libro partecipa a La Sfida A PUNTI, La Sfida infinita (o quasi)… terza edizione!, La sfida nascosta, La sfida della grammatica e La sfida dell’ALFABETO – II edizione.

Ho deciso di leggere questo libro dopo averne sentito parlare QUI.

[I libri] conoscevano le mie pene, i bisogni, gli scontenti. […] I libri insegnano ai ricordi, li fanno camminare. Li ho letti per intero, non ne ho lasciato nessuno a mezzo, per quanto fosse deludente o presuntuoso l’ho seguito fino all’ultima linea. Perché è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia continuava.

Detto molto banalmente, in questo libro ci sono dodici racconti che parlano dei temi più universali: la vita, l’amore, la morte. Leggerli, però, è tutt’altro che banale.


Ho scoperto questo libro e in generale Erri De Luca per via della frase che ho messo sopra come citazione. Fin dalla prima volta che l’ho letta (non ricordo più dove), ha avuto due effetti su di me: 1) non sono più stata in gradi di lasciare un libro a metà, senza finirlo; se proprio mi capita di non farcela, lo metto via temporaneamente, ma so che prima o poi lo riprenderò! 2) Volevo assolutamente leggere In alto a sinistra! Invece sono passati non sono un bel po’ di anni da allora, ma anche, per svariati motivi, altri due libri di Erri De Luca (Montedidio e Tu, mio).
E finalmente ora è giunto il momento di In alto a sinistra! :) Ed è stata una goduria! :) Non ho dato 5 stelline solo per un motivo: i racconti non sono il mio genere preferito, e dovendo giudicarli in toto, alcuni mi sono piaciuti molto, altri moltissimo (per esempio “Il pannello”, “Primizie” e “In alto a sinistra”), ma alcuni anche così così. Insomma, in generale difficilmente darò il massimo ad una raccolta di racconti. Però, quanto mi piace lo stile di Erri! Ha una potenza incredibile, è qualcosa che… non so, non lo riesco a spiegare, mentre stai leggendo ti piglia, indipendentemente dalla storia in sé, ti lascia a bocca aperta! Anche quei racconti in cui le trame non erano particolarmente interessanti sono stati piacevolissime letture, specie perché sempre ricchi di sentimenti, potenti quanto lo stile in cui vengono raccontati.
Perfino la capacità di andare a capo è secondo me eccelsa i Erri De Luca! L’ho scoperto quando mi sono messa a ricopiare gli incipit, perché è sempre un problema per me capire dove fermarmi. In questi casi il problema non me lo sono proprio posto, mi fermavo sempre al primo capoverso, perché in quasi tutti i racconti quella era la lunghezza ideale, non ci si poteva fermare prima, e allo stesso tempo non occorreva andare più avanti: in quelle poche righe c’è già un mondo, perfetto, fatto e finito.

Un po’ di frasi.

Per un breve periodo scolastico evitai ogni contatto con la fisica. Non avevo ancora le obiezioni di adesso, non chiedevo di lasciare in pace l’atomo, che secondo il suo intento originale voleva essere indivisibile. La parola che Democrito inaugurò era un invito a rispettare un limite. La fisica del secolo invece si è accanita nello smontaggio: sottoterra i suoi edifici a cerchio affannano la materia, frantumano il suo pulviscolo elettromagnetico. Da ragazzo non pensavo a questo, ma all’affannoso mucchio di nuovi simboli, segnetti, iniziali e tutto l’alfabeto macchinoso che ogni nuova disciplina porta con sé, fiera di essere illeggibile.
[incipit di “Anticamera”]

Era stato staccato un pannello della cattedra per guardare le gambe della supplente. Eravamo una classe maschile, seconda liceo classico, sedicenni e diciassettenni del Sud, seduti d’inverno nei banchi con i cappotti addosso. La supplente era brava, anche bella e questo era un avvenimento. Aveva suscitato l’intero repertorio dell’ammirazione possibile in giovani acerbi: dal rossore al gesto sconcio. Portava gonne quasi corte per l’anno scolastico 1966-1967.
[incipit de “Il pannello”]

Il volto era aperto, cordiale e i tratti gli si spianavano quando con la sua grave voce di basso compitava i versi greci e latini facendo cadere l’accento sulle sillabe con suono incalzante di zoccolo di cavallo sul selciato. Ci innamorò di Grecia antica perché ne era innamorato.
Descrizione del professore di greco e latino, Giovanni La Magna (“Il pannello”)

Non due volte nella vita succede di leggere in piedi un libro di cinquecento pagine. In piedi: nel dimesso “attenti” di chi con una mano si regge al sostegno di un convoglio di metropolitana e con l’altra stringe, consuma i fogli.
[incipit de “La città non rispose”]

Un albero è vivo come un popolo più che come un individuo, abbatterlo dovrebbe essere compito solo del fulmine.
(“La città non rispose”)

Come quando sulle navi borboniche si dava l’ordine: “Facite ammuina” e chi stava a poppa correva a prua e viceversa, chi stava sottocoperta saliva all’aperto e ne scendeva chi già c’era, per dare all’occhio distratto del re l’impressione di pronte manovre.
(“La città non rispose”)

Si è stranieri proprio sul posto, proprio dove si è nati. Solo lì è possibile sapere che non esiste terra di ritorno.
(“La città non rispose”)

Volevo allora che i libri stessero al mondo come angeli custodi degli addii.
(“La città non rispose”)

Quando trovai la fogna fui felice, ma non potei sorridere. Il rischio di troppi giorni mi aveva indurito i nervi. Con il piccone aprii una breccia sulla parte superiore del collettore che avevo raggiunto e respirai quel tanfo come un profumo di vittoria. Non ero impazzito, ero invece in salvo.
[incipit di “Una Specie Di Trincea”]

Non era la prima notte che uscivo per un’imboscata, era la prima in cui tornavo dopo avere ammazzato. Entrai in casa con un solo male e una sola urgenza: reddo e bisogno di stringermi a Nera.
[incipit de “La prima notte”]

Poco sorrideva ma quando: allora sprizzava bianco dagli occhi neri e il sorriso faceva rumore, rumore di anguria spaccata da un coltello.
(“La prima notte”)

Era un amore ancora intero quando lo strappammo. Lo squarto in tempi solamenrte adesso, lo seziono in un principio, un corpo, un’estinzione. Allora eravamo incastro a coda di rondine, da non poter distinguere nell’angolo retto dei corpi il suo da mio. Ora è amore, una terra bruciata vista da lontano, prima era bosco fitto, umido, senza cielo.
[incipit di “‘more”]

Era finito un anno, quello della sua vita contro e del male di ‘more, unghia incarnita di felicità.
(“‘more”)

Ero tornato da Torino alla fine di novembre del 1980. La grande fabbricamsui era sbarazzata in una sola notte di ventiquattromila coperti a mensa, quarantottomila bracciua, fors emeno oercgé c’erano tra gli espulsi anche gli invalidi. “Andate a mangiare fuori.” E fuori eravami restati quaranta giorni, notti, fuochi per riscaldarci. Nessuno usciva, nessuno entrava nella fabbrica che avevamo bloccato. Alla fine restammo tutti fuori, amici, sconosciuti, vinti.
[incipit di “Conversazione di fianco”]

Avevo trent’anni quella sera, e nient’altro.
(“Conversazione di fianco”)

Quando morì il nonno mi venne quel potere: fissavo il suo violino e le corde suonavano da sole. Usciva un amusica a onde, solfeggio di alveari, api sopra un campo di margherite. Era il violino delle sere, delle domeniche, dei balli. Il nonno lo suonava tornando a casa dal turno di lavoto in miniera. Era la sua destrezza e la consolazione. Credo che su lavasse con cura e si cambiasse u panni solo per abbracciare il suo violino.
[incipit de “Il violino”]

Quando si è giovani e si ha circa la stessa età del secolo in cui è dato vivere, si prova una vertigine impresaria: che in noi scalpiti ogni iniziativa, che ci spetti ogni esordio di quanto l tre generazioni successive eseguiranno nel secolo. Ci si sente pionieri del proproi tempo, si diveta guerrieri, aplinisti, poeti dimentichi di ogni provenienza, figli di un anno zero, cie accadde ai dispersi di Babelo che invantarono lingue all’ombra di una torre. Mi sentii parte di un’imanità esordiente e questo è tutto quanto avevo da premettere al fatto che racconto.
[incipit di “Primizia”]

I miei padri e i padri dei miei padri si sono tramandati la speranza di essere contemporanei del Messia. Nelle loro vite si interrogarono: c’era un gesto che potessero fare per affrettarne l’avvento? A me è toccato in sorte di tentare risposta alla loro domanda, di raggiungere quel gesto. Questa è la storia che porta fino a esso. L’ho raccontata molte volte alla mia famiglia e ai vicini riuniti intorno al tavolo del sabato. Mi accorgo di non conoscerla più, di non saperla discutere, di fare confusione e tracimare di fantasia. Molti di quelli che l’ascoltarono per la prima volta sono ormai morti. Da noi si scrivono le storie quando si è consumata la generazione che le ha ascoltate dalla viva voce.
[incipit di “Sessantatré a uno”]

Ogni deviazione contiene destino, anzi esso si compie solo nei punti in cui uno si trae fuori di percorso.
(“Sessantatré a uno”)

Le stelle che i nostri padri chiamavano ‘Ash, Chesìl, Vhimà e noi Orsa, Orione, Sirio, erano tutte apparse al loro posto. Le chiamammo per nome, rispondevano luce.
(“Sessantatré a uno”)

Queste sono le domeniche delle mele: raccoglierle, sbucciarle, cuocerle per le composte, le confetture. Subito dopo verranno le domeniche della legna da preparare per il camino e intanto sarà tornato il buio di pomeriggio. In questi giorni larghi in cui si mette da parte qualcosa per l’inverno, rileggo i fogli dei racconti scritti da mio padre. Li batteva a macchina a vista persa, pescando a memoria sui tasti. Quando ci chiedeva di leggerli non riuscivamo a finire una pagina per tutto il ridere degli sbagli. Formano sullo scaffale una mezza colonna di varie cartelle colorate.
[incipit di “Fogli della domenica”]

Dormiva sotto il mio soppalco, non era neanche una stanza., Mi addormentavo al suono ovattato dei suoi lamenti, una nenia a bocca tappata per lasciamri dormire. Qualche notte mi svegliava un soprassalto: si era un poco assopito e risvegliandosi sotto un morso più forte, non faceva in tempo a soffocare la voce. Allora scendevo on la scusa di andare albagno e stavamo per un po’ a giocare al buio.
[incipit di “In altro a sinistra”]

“I libri [sono] l’unico posto dove l’esperienza che uno fa nel mondo, trova le parole d’accompagnamento.” […]
Voleva bene a tutti i libri, tutti. Gli piaceva la forma, l’ingegnoso sistema delle pagine sottili legate lungo la costola, capaci di contenere tanta materia narrata. “La morte è il Messia, ha scritto Isaac Singer. E’ proprio questo per me. In mancanza di fede l’aspetto con questa sola ansia: capire i libri. Ognuno capirà quelli che ha amato. Saprò quali avrei dovuto rileggere, quali ho mancato di conoscere. Mi aspetto dalla morte una biblioteca sterminata e anche la buona vista della gioventù.
[…]
I libri sono il sempre. Chi li scrive può credere di lasciarli ai contemporanei, ai posteri, ma mentre scrive tutto il passato è dietro le sue spalle a leggere. Se non c’è questo angelo del tempo trascorso, se non c’è il suo artiglio sul collo del poeta, le sue parole sono subito cenere. […]
[I libri] conoscevano le mie pene, i bisogni, gli scontenti. In ognuno di loro c’era una frase, una lettera che era stata scritta solo per me. Sono stati la vita senconda, che insegna a correggere il passato, a dargli una presenza di spirito che allora non ebbe, a dargli un’altra possibilità. I libri insegnano ai ricordi, li fanno camminare. Li ho letti per intero, non ne ho lasciato nessuno a mezzo, per quanto fosse deludente o presuntuoso l’ho seguito fino all’ultima linea. Perché è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia continuava. Ho girato il foglio sempre alla svelta per proseguire dal quel primo rigo, in alto a sinistra.
Questo mi mancherà del mondo.”
(“In altro a sinistra”)

Ama un poco i tuoi anni che sono quelli che passano e non quelli che ti restano.
(“In altro a sinistra”)

Le pagine che cerco hanno questo efetto: un paio di occhiali giusti sul naso di un bambino che fino a quel momento non aveva mai saputo di essere miope.
(“In altro a sinistra”)

Perciò ti dico di amare un poco di più il tuo tempo, perché potrebbe essere quello del Messia. Allora uscendo di casa al mattino per andare al cantiere metterai le spalle a nord e vedrai spuntare quel giorno dietro le case, il profilo dei campi, dietro il recinto, a est, in alto a sinistra.
(“In altro a sinistra”)

Il segnalibro è stato realizzato da me.
L’ho scelto abbastanza banalmente perché la frase che c’è sopra era proprio tratta da questo libro.

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4 commenti per In alto a sinistra

  1. Cami scrive:

    Io di Erri De Luca ho letto solo “In Nome della Madre”, e devo dire che mi è piaciuto da impazzire. Come dici tu, uno stile che prende e una semplicità incredibilmente espressiva.

    Poi, con la citazione che hai scritto… beh, devo procurarmi questo libro XD

  2. Phoebes scrive:

    Sto diventando banale, ma anche stavolta non posso che dirti: non te ne pentirai! :)
    Io ormai ho deciso che voglio leggere proprio tutto di Erri De Luca!

  3. livio scrive:

    ho finito in questo momento di leggere ” IN ALTO A SINISTRA ” dico solo: STUPENDO!!!!!


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