Il nome della rosa

di Umberto Eco

Titolo: Il nome della rosa
Genere: romanzo storico
Autore: Umberto Eco (sito ufficialeWikipedia)
Nazione: Italia
Anno prima pubblicazione: 1980
Ambientazione: Italia, novembre 1327
Personaggi: Guglielmo da Baskerville, Adso da Melk
Casa Editrice: Bompiani
Pagine: 503 (con le postille 533)
Link al libro: ANOBIIGOODREADS (audiolibro)



Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Della rosa primigenia [cioè prima che appassisse] rimane solo il nome, ci restano soltanto i nomi nudi.

Ripropongo questa recensione del 29 novembre 2008 dopo aver ascoltato l’audiolibro di questo romanzo. Il commento rimane lo stesso perché comunque il romanzo è sempre quello, ho solo aggiunto alla fine qualche dettaglio sulla versione audio.

Adso da Melk, ormai anziano, sul finire del XIV secolo e della sua vita, scrive la cronaca di un avvenimento a cui in gioventù gli è capitato di fare da testimone. La vicenda che lui racconta si svolge nell’arco di una settimana, in un’abazia del nord Italia, nell’«anno del Signore 1327», tra omicidi inspiegabili, personaggi storici, amore per l’erudizione, eresia e santità, e perfino un tribunale d’inquisizione.

Adso e Guglielmo in versione Lego.
The Name of the Rose. by chutspe

«Naturalmente, un manoscritto», come dice lo stesso Eco: non potevamo non iniziare con la storia del ritrovamento di un manoscritto che è la copia di una copia di uno scritto medievale. In un libro che parla di libri anche attraverso i libri, si inizia con le “citazioni” già prima di cominciare!

Il protagonista del romanzo è Guglielmo da Baskerville, un frate francescano britannico, ex inquisitore, dotato di un acume alla Sherlock Holmes, e “detective” di questa vicenda. Definire Il nome della rosa un giallo, però, sarebbe davvero alquanto riduttivo! È un libro ricchissimo, complesso ma godibilissimo, forse un po’ pesante in alcune descrizioni, ma l’ironia di Eco compensa alla grande!

Lo lessi per la prima volta a 16 anni, mi piacque ma non tantissimo. Non ricordo di preciso il mio giudizio di allora, forse avevo fatto l’errore di considerarlo un romanzo giallo, non saprei dire; quando poi ho inserito il libro su aNobii, per quel che mi ricordavo gli ho dato 3 stelline. Con la rilettura sono salita a 4 [edit: con il nuovo sistema di valutazione di aNobii il libro è aumentato di una stellina], perché mi è piaciuto veramente tanto!

Il segnalibro che ho usato durante la lettura è stato realizzato da Miss Page.

Innanzi tutto, sebbene, come ho detto, il libro non è un vero e proprio giallo, l’indagine sugli omicidi riveste comunque una parte importante. E sebbene anche alla prima lettura sapessi già il nome dell’assassino e la modalità del delitto (a causa della mia professoressa di italiano delle medie…), da questo punto di vista il romanzo non mi ha comunque deluso.

Che dire dell’affresco storico? Non sono una medievalista, quindi non so dire quanto fosse accurata la ricostruzione di Eco, ma leggendo mi pareva di stare proprio lì, nel XIV secolo, in quell’abbazia. Anche Guglielmo è perfettamente inserito nel suo tempo, nonostante sia un personaggio senza dubbio moderno per il suo modo di comportarsi, e anche per le sue opinioni sull’eresia, sull’inquisizione, sulla guerra…

Poi, l’ironia, la cosa che amo di più in Eco: sempre e soprattutto ironia. Anche per questo, secondo me, gli serve il manoscritto, gli serve Adso come intermediario: perché il monaco è assolutamente innocente, e scevro da sarcasmo, e se Eco avesse raccontato in terza persona sarebbe parso troppo ironico in alcuni commenti o osservazioni. Guglielmo invece no, lui l’ironia la usa eccome, con uno humour tutto inglese (per cui ride quando parla di cose serie e scherza parlando seriamente). Eh, sì, perché chi conosce Il nome della rosa solo per sentito dire forse non si immagina quanto questo libro sia divertente!

Infine, ce ne sarebbero anche altre di cose da dire per spiegare perché mi è piaciuto così tanto, ma mi limito ad un’ultima soltanto: come si può non amare un libro che verte su una Biblioteca, un libro che parla di libri, dell’amore per i libri, della potenza dei libri, dell’importanza dei libri? Anche nel folle discorso finale di Jorge si avverte la centralità dei libri: tutti gli omicidi sono avvenuti perché per Jorge quel libro aveva troppo potere.

Il Castello di Rocca Calascio (Abruzzo) dove è stato girato il film de Il nome della rosa.
Castle’s ruins under the snow by filippo rome

Nella mia versione de Il nome della rosa ci sono in appendice le postille al libro che Eco scrisse nell”83 su Alfabeta: una lettura piacevolissima, belle quasi quanto il romanzo! E interessantissime: Eco ci spiega com’è nato Il nome della rosa, a partire già dal titolo… ma sarà vero che voleva intitolarlo L’Abbazia del delitto?!?! Un titolo del genere avrebbe tolto, non dico metà, ma un buon terzo di fascino al libro! Poi adoro la spiegazione della scelta dell’incipit, ricordo ne parlò anche in un’intervista che trovai sul dvd del film. Disse che l’avevano criticato per la banalità del suo «Era una bella mattina di fine novembre», e lui si difende dicendo che ogni libro parla di altri libri, non c’è nulla di nuovo da scrivere, e lui aveva deciso così di ispirarsi ad un grande della letteratura del Novecento, citando con il suo incipit quell’«Era una notte buia e tempestosa» con cui Charles Schultz faceva iniziare a Snoopy tutti i suoi romanzi! :) E qui la scusa del manoscritto cade a fagiolo: Adso Snoopy neanche lo conosce, può permettersi di iniziare così! :)

In particolare comunque mi è piaciuta la postilla “Il romanzo come fatto cosmologico”, in cui spiega come da ogni singola decisione riguardo all’ambientazione, sia storica che geografica, scaturiva da solo tutto il “mondo” del libro, perché se voleva essere coerente, ogni cosa veniva fuori “da sola” come conseguenza delle altre.

Un segnalibro che ho realizzato con una foto fatta da mia sorella per uno scambio di segnalibri, usando una citazione da questo libro.

Se mi fermassi a commentare ogni piccola cosa che mi è piaciuta in questo libro, questo post diventerebbe più lungo del romanzo stesso. Perciò mi fermo, ribadendo il mio amore per Eco, e lascio solo un po’ di commentini sparsi:

  • Già con Baudolino l’avevo supposto, con questa rilettura trovo un po’ una conferma: secondo me a Eco sta antipatico Dante!
  • La rissa tra minoriti e avignonesi è una scena troppo divertente! Una delle poche cose che ricordavo bene già dalla prima lettura! :D
  • Le reliquie finte citate ad un certo punto da Guglielmo mi hanno ricordato quelle di Baudolino! :)
  • Quanta crudeltà nell’ingiustizia di Bernardo Gui!
  • Ricordo che l’enigma del “primum et septimum de quatuor” io l’avevo capita molto prima di Guglielmo (cioè il fatto che primo e settimo si riferissero alla parola “quattro” e non “ai quattro”).

Commento all’audiolibro
la copertina dell’audiolibro, scaricata QUI.

Ho scaricato gratuitamente questo audiolibro dal sito del programma di Radio3 Ad Alta Voce che finora mi ha già regalato altri ascolti molto soddisfacenti. Questo non fa eccezione, Moni Ovadia lo trovo una scelta eccellente e azzeccatissima. Solo forse nella parte di Bernardo Gui esagera un po’ con l’accento francese per cui sembra l’ispettore Clouseau ma dura poco, la crudeltà dell’inquisitore non permette proprio di trovare divertente nulla in lui. Poi altro piccolo difetto l’ho trovato nell’adattamento: o ero veramente distratta nell’ascoltare, oppure hanno saltato tutta la parte sulla ragazza “Bella come la luna e terribile come un esercito spiegato in battaglia”: il personaggio c’è, ma manca la scena di sesso con Adso che però dopo arrossisce al ricordo, quindi boh!

Per il resto invece solo lodi, l’interpretazione di Ovadia è riuscitissima. Particolarmente sentita la confessione isterica di frate Remigio.

Un piacevolissimo ascolto, è stato proprio bello ripercorrere via audio quelle pagine così emozionanti!

Ex-libris, realizzato da Agatha.

Sfide

Un po’ di frasi

Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en français d’après l’édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l’Abbaye de la Source, Paris, 1842). Il libro, corredato da indicazioni storiche invero assai povere, asseriva di riprodurre fedelmente un manoscritto del XIV secolo, a sua volta trovato nel monastero di Melk dal grande erudito secentesco, a cui tanto si deve per la storia dell’ordine benedettino. La dotta trouvaille (mia, terza dunque nel tempo) mi rallegrava mentre mi trovavo a Praga in attesa di una persona cara. Sei giorni dopo le truppe sovietiche invadevano la sventurata città. Riuscivo fortunosamente a raggiungere la frontiera austriaca a Linz, di lì mi portavo a Vienna dove mi ricongiungevo con la persona attesa, e insieme risalivamo il corso del Danubio.
[Incipit dell’introduzione “Naturalmente, un manoscritto”]

In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro.
Cercai riposo ovunque, e in nessun luogo lo trovai se non in un angolo con un libro.
Tommaso da Kempis, citato nell’introduzione

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.
Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.
[Incipit del Prologo]

Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. Al buio, subito dopo laudi, avevamo ascoltato la messa in un villaggio a valle. Poi ci eravamo messi in viaggio verso le montagne, allo spuntar del sole.
Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia. Non mi stupirono di essa le mura che la cingevano da ogni lato, simili ad altre che vidi in tutto il mondo cristiano, ma la mole di quello che poi appresi essere l’Edificio.
[incipit]

Monasterium sine libris est sicut civitas sine opibus, castrum sine numeris, coquina sine suppellectili, mensa sine cibis, hortus sine herbis, pratum sine floribus, arbor sine foliis…
Un monastero privo di libri è come una città senza lavoro, un accampamento senza esercito, una cucina senza suppellettili, una mensa senza cibi, un giardino senza erbe, un prato senza fiori, un albero senza foglie…
L’Abate Abbone

Guglielmo: Per il lume pensaci tu. Gira in cucina all’ora di pranzo, prendine uno…
Adso: Un furto?
Guglielmo: Un prestito, alla maggior gloria del Signore.
Adso: Se è così, contate su di me.

Adso: Ma allora viviamo in un luogo abbandonato da Dio.
Guglielmo: Ne hai trovati di quelli in cui Dio si sarebbe sentito a proprio agio?

Adso: Ma perché il vangelo non dice mai che Cristo ridesse? È davvero come dice Jorge?
Guglielmo: Sono state legioni a domandarsi se Cristo abbia riso. La cosa non mi interessa gran che. Credo che non abbia mai riso perché, onnisciente come doveva essere il figlio di Dio, sapeva cosa avremmo fatto noi cristiani.

Non v’è nulla al mondo né uomo né diavolo, né alcuna cosa, che io non consideri così sospetto come l’amore, ché questo penetra l’anima più di qualunque altra cosa. Non esiste nulla che tanto occupi e leghi il cuore come l’amore.
Ubertino da Casale

Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui.

Adso: E però mi dispiace ancora che l’unicorno così com’è non esista, o non sia esistito, o non possa esistere un giorno.
Guglielmo: Non ci è lecito porre limiti all’onnipotenza divina, e se Dio volesse potrebbero esistere anche gli unicorni. Ma consolati, essi esistono in questi libri, i quali se non parlano dell’essere reale parlano dell’essere possibile.
Adso: Ma bisogna dunque leggere i libri senza far ricorso alla fede, che è virtù teologale?
Guglielmo: Rimangono altre due virtù teologali. La speranza che il possibile sia. E la carità, verso chi ha creduto in buona fede che il possibile fosse.

Bernardo Gui: Io sarei molto lieto se frate Guglielmo, così abile ed eloquente nell’esporre le proprie idee, venisse a sottoporle al giudizio del pontefice…
Guglielmo: Mi avete convinto, signor Bernardo. Non verrò.

Guglielmo: In questa storia forse sono in gioco cose più grandi e importanti che non la battaglia tra Giovanni e Ludovico…
Adso: Ma è una storia di rubamenti e vendette tra monaci di poca virtù!
Guglielmo: Intorno a un libro proibito, Adso, intorno a un libro proibito.

Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è divenuta fomite di empietà.
Guglielmo

Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.
Guglielmo

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.
dalla postilla Il titolo e il senso

L’autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo.
dalla postilla Il titolo e il senso

Ho scritto un romanzo perché me ne è venuta voglia. Credo sia una ragione sufficiente per mettersi a raccontare. L’uomo è animale fabulatore per natura.
dalla postilla Ovviamente, il Medio Evo

Il presente lo conosco solo attraverso lo schermo televisivo, mentre del Medio Evo ho una conoscenza diretta.
dalla postilla Ovviamente, il Medio Evo

2 pensieri riguardo “Il nome della rosa

  1. Lo lessi anni fa, e lo amai tantissimo. In effetti lo dovrei rileggere perché lo ricordo poco, ed è uno di quei libri che vale la pena ricordare :)
    Concordo sul titolo: a volte una rosa con un altro nome non profumerebbe nello stesso modo XP

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