scritto da Phoebes
lunedì 26 Aprile 2010
alle 12:09
Categoria : Clavell


di James Clavell

Titolo: Shōgun
Titolo originale: Shogun
Genere: storico
Autore: James Clavell
Nazionalità: australiana
Prima pubblicazione: 1975
Ambientazione: Giappone, XVII secolo
Casa Editrice: Bompiani
Traduzione: Grazia Lanzillo
Pagine: 905
Link al libro: GOODREADSANOBII
inizio lettura: 15 aprile 2010
fine lettura: 25 aprile 2010


Solo vivendo sul limitare della morte si può comprendere l’indescrivibile gioia della vita.
Mariko

Nell’aprile del 1600 John Blackthorne, pilota maggiore inglese dell’Erasmus, una nave olandese, dopo un viaggio faticoso e pericoloso, fa naufragio su una costa del Giappone. Lui e i suoi pochi compagni rimasti in vita verranno subito imprigionati. Qualcuno però intuirà che questi nuovi barbari così diversi dai portoghesi a cui sono ormai abituati, potrebbero essere utili, in particolare proprio il pilota. Così Blackthorne si troverà poco dopo separato dal suo equipaggio, e dovrà pian piano abituarsi alla cultura giapponese, in cui si troverà totalmente immerso. Ad aiutarlo in questo ci sarà Mariko, una giapponese convertita al cristianesimo, in grado di parlare sia portoghese che latino.
Ben presto Blackthorne, ribattezzato Anjin-san, scoprirà molti lati positivi nel modo di vivere dei giapponesi, pur non riuscendo ad accettare la crudeltà di certi suoi aspetti.

Il segnalibro che ho usato durante la lettura; è stato realizzato da me.

Wow! Che bel romanzone!!! Mi ha conquistato dalla prima all’ultima pagina!!! Un affresco del Giappone feudale del XVII secolo, incredibilmente affascinate ed emozionante! Ho letto poco sul e del Giappone, ma credo che se anche leggessi di più, continuerebbe a stupirmi. Questo libro è stato una continua scoperta di usanze meravigliose e orribili, personaggi glaciali e passionali, luoghi bellissimi e invivibili. Come Blackthorne mi sono lasciata ammaliare dalla pulizia, l’ordine, la poesia, il wa, ma anche dalla lealtà, il coraggio, la fermezza… vorrei, come l’Anjin-san, acquisire tutti gli aspetti più positivi della cultura nipponica! Per esempio il concetto del karma: fare tutto il possibile per riuscire al meglio, ma poi accettare quello che viene. Se qualcosa va storto… karma, ne? Ma soprattutto mi è piaciuta moltissimo l’idea di riuscire a “imparare a bere il cha da una tazza vuota”… troppo complesso per spiegarlo qui, anche perché non sono sicura di averlo compreso appieno, ma molto molto affascinante!

L’intreccio poi è costruito in maniera egregia, con colpi di scena, storie d’amore, violenza, intrighi, poesia, e personaggi di tutti i tipi.

L’Anjin-san fin da subito ha catturato la mia attenzione, è un gran bel personaggio, intelligente, coraggioso e intraprendente, è stato il primo tra i suoi compagni a cercare fin da subito di adattarsi, di capire la lingua, anche quando odiava tutto del Giappone!

Ma anche tanti altri personaggi mi sono rimasti impressi a fine lettura. Mariko, sicuramente, una donna straordinaria! E l’odiatissimo Yabu, a cui, come Blackthorne, non ho potuto perdonare la tortura inferta a uno dei marinai all’inizio del libro, solo per divertimento, per non parlare poi del tradimento nella notte dell’attacco dei ninja. Ma anche Fujiko mi è piaciuta molto, pur non comparendo molto spesso. E Gyoko-san, altro personaggio minore estremamente interessante, che sa sempre tutto di tutti, e ha l’idea geniale di “inventare” le gheishe. Anche tra i portoghesi c’erano personaggi interessanti, come Padre Alvito e Rodrigues.

Ma su tutti questi personaggi più o meno importanti, spicca quello che (c’ho messo un po’ a capirlo!) è il vero protagonista del romanzo: Yoshi Toranaga-noh-Minowara. È un uomo incredibile, grande in tutto quello che fa! Specie nel manipolare le persone e servirsi di loro, grazie alla sua enorme lungimiranza e alla sua capacità di prevedere ogni cosa, anche le più semplici azioni, studiando approfonditamente tutte le persone che lo circondano. Sembra davvero avere sempre tutto sotto controllo. Imbroglia e inganna chiunque, ma nessuno può ingannare lui. Tiene banco per tutto il libro, gestendo persone e situazioni come pedine di una partita a scacchi. È molto avaro, ma all’occorrenza è capace di non badare a spese e sprecare uomini e risorse, se servono ai suoi scopi. Non si ferma davanti a niente, è capace di mandare a morte chiunque, ma non è insensibile, ha anche lui degli affetti, dei dolori, dei desideri…

Il segnalibro dedicato al libro che ho fatto a lettura finita, con la frase che mi ha colpito di più.

Il finale del libro è qualcosa di superbo. Toranaga si prepara, alla fine, alla guerra che ha sempre cercato di evitare. E ripercorre mentalmente tutti i suoi piani passati, e così vengono svelati a noi lettori i retroscena insospettabili di molte delle vicende del romanzo, come il fatto che il capovillaggio Mura in realtà è un samurai, che finge soltanto di collaborare con i cristiani ma è sempre stato al servizio di Toranaga, o come il suo proposito di uccidere l’Erede e diventare Shogun, nonostante per tutto il tempo avesse continuato a ribadire il contrario. Non che quest’ultima cosa fosse proprio inimmaginabile: il romanzo si intitola Shogun, non era possibile che questo Shogun non ci fosse! ;) Quello che mi ha stupito di più infatti è stato scoprire che ha intenzione di distruggere la nave dell’Anjin-san una volta costruita, e continuare a distruggere tutte quelle che costruirà, anno dopo anno, per proteggerlo, per tenersi buoni i preti, ma soprattutto perché ha bisogno di un amico.

In fondo, anche il grande Yoshi Toranaga-noh-Minowara, signore del Kwanto, ex capo dei reggenti, futuro Shogun del Giappone, è un essere umano.

Sfide

Un po’ di frasi

La tempesta si avventò su di lui. Ne avvertì il morso a fondo, e comprese che sarebbero tutti morti se non avessero toccato terra entro tre giorni. Troppe morti in questo viaggio, pensò. Sono pilota-maggiore di una flotta di morti. Di cinque navi ne era rimasta una, di centosette uomini di equipaggio ne sopravvivevano ventotto, dei quali ormai solo una decina in grado di camminare. Gli altri – e fra loto il capitano-generale – erano prossimi alla fine. Niente più cibo, quasi niente acqua, e quella rimasta sporca e salmastra.
[incipit]

Avere pensieri brutti e tristi è la cosa più facile del mondo. Se abbandoni la mente a se stessa, ti trascinerà giù in una spirale di infelicità sempre crescente. Ma avere pensieri buoni richiede uno sforzo. È proprio una delle cose per cui serve la disciplina, l’addestramento.
Kiku

Perché non ridere quando il nemico è sconfitto? Perché non ridere per svuotarsi della tragedia […]? Non è forse solo attraverso il riso che diventiamo tutt’uno con gli dei e possiamo così sopportare la vita e superare tutto l’orrore e lo spreco e la sofferenza che incontriamo sulla terra? […]
Non è forse solo attraverso il riso che possiamo restare umani?
Yoshi Toranaga-noh-Minowara

Padre Martin Alvito/Tsukku-san: Anche tu metti in dubbio il Verbo? L’eresia di Giuseppe ti ha contaminato?
Fratello Michele: No, padre, perdonatemi, mai il Verbo. Solo quello che ne ha fatto l’uomo.

John Blackthorne/Anjin-san: È terribile, vero? non potersi fidare di nessuno…
Toda Mariko: No, Anjin-san, scusa. È soltanto una delle regole più importanti della vita: niente di più e niente di meno.

Gli uomini sentono il bisogno di sussurrare i loro segreti […]. È quello che li rende diversi da noi: hanno bisogno di rivelare i segreti, mentre noi donne li riveliamo solo per un scopo preciso. […] Gli uomini devono condividere i segreti con altri, e per questo noi siamo superiori e loro saranno sempre in nostro potere.
Gyoko-san

[Blackthorne] vide una pietra sul pavimento del bastione. La raccolse e la pose con cura nel sole, alla base di una feritoia, poi si appoggiò indietro, distese comodamente le gambe, e rimase a contemplarla.
I Grigi seguivano ogni suo movimento. Il capitano aggrottò la fronte, e dopo un po’ chiese: “Anjin-san, qual è il significato della pietra?”
“Ah! La guardo crescere.”
“Oh, scusate!” Il capitano aveva un tono veramente di scusa. “Capisco. Perdonate se vi ho disturbato.”
Blackthorne rise dentro di sé e tornò a contemplare la pietra. “Cresci, piccola bastarda!” mormorò. Ma per quanto imprecasse, ordinasse e pregasse, la pietra non cresceva. Ma ti aspetti veramente di veder crescere una pietra? si domandò. No, naturalmente, ma intanto il tempo passa e tu sei tranquillo. Non avrai mai abbastanza wa. Ne?

Strano come le donne possono mutare come i camaleonti: un momento sono brutte, poi attraenti, a volte bellissime, anche quando non lo sono.
Toranaga

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