Gli spoiler non sono segnalati in alcun modo, poiché occupavano gran parte del commento.
Leggete a vostro rischio e pericolo!
Nella parte di questa settimana Tolstoj si sofferma più volte a precisare quanto aveva già detto precedentemente, e cioè che i destini delle guerre e quindi delle nazioni non li decidono i grandi uomini.
E ce ne presenta diversi Tolstoj di questi piccoli ingranaggi, quasi invisibili ma essenziali.
Questa missione – estremamente difficile e importante, come risultò in seguito – fu affidata a Dochturov, a quel modesto e piccolo Dochturov, che nessuno ci ha mai descritto intento a stendere piani di battaglia, o a galoppare alla testa di reggimenti, o a lanciare croci di guerra sulle batterie , e cose del genere; che era ritenuto da tutti un uomo indeciso e poco perspicace; quello stesso Dochturov che però durante tutte le guerre dei russi con i francesi, da Austerlitz fino al 1813, troviamo sempre ai posti di comando ovunque la situazione si faccia difficile.
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E sono molti gli eroi che vengono esaltati in versi e in prosa, ma di Dochturov non si fa quasi parola.
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Ma è proprio questo silenzio su Dochturov a confermarcene in modo indubbio i meriti.
E più ancora sconosciuti di questi, ci sono i soldati, anonimi, senza volto, per la Storia, ma non per noi che grazie a Tolstoj ne abbiamo conosciuti parecchi.
Nonostante questa critica all’esercito russo, sempre presente, ancora una volta i bersagli preferiti dall’ironia di Tolstoj sono i francesi:
Vorrei commentare un po’ la parte riguardante Pierre, ma non mi riesce di farlo in nessun modo se non riportando due brani.
«Mi tengono prigioniero. Chi, me? Me, la mia anima immortale! Ah, ah, ah!… Ah, ah, ah!…» Rideva con le lacrime agli occhi.
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Sull’immenso, sconfinato bivacco, che prima rumoreggiava per il crepitio dei fuochi e il vociare degli uomini, era calata la quiete; i fuochi rosse dei falò erano vicini a spegnersi e impallidivano. La luna piena era alta nel cielo luminoso. Le foreste e i campi, che prima erano invisibili oltre i limiti dell’accampamento, ora si scorgevano anche a grande distanza. E ancora più lontano di quelle foreste e di quei campi luminoso, ondeggiante e invitante l’orizzonte infinito. Pierre guardò il cielo e le stelle che palpitando si perdevano nelle lontananze. «E tutto questo è mio, e tutto questo è in me, e tutto questo sono io!» pensava Pierre. «E loro avrebbero catturato tutto questo e lo avrebbero rinchiuso in una baracca sbarrata da tavole!» Sorrise e andò a sdraiarsi, per dormire, fra i suoi compagni.
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