di Tayeb Salih

Tornai alla mia gente, signori miei, dopo una lunga assenza, sette anni per la precisione, durante i quali ero stato in Europa ad apprendere. Avevo appreso molto, e molto mi era sfuggito, ma quella è un’altra storia.
[incipit]
Sono sempre un po’ triste quando un libro considerato un classico non incontra pienamente il mio favore, ma non ho capito molto di questo romanzo.
Un giovane sudanese torna a casa dopo aver passato sette anni in Regno Unito a studiare. Nel suo villaggio di origine conosce un uomo che si è trasferito lì durante la sua assenza, anche lui ha passato molti anni in Europa da giovane, ma in un’altra generazione.
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| “Standing in The Nile” di Ahmed Rabea, CC BY-SA 2.0 |
Ho fatto fatica a scrivere la trama di questo libro, quelle due righe che ho messo qui su non rappresentano davvero il succo del romanzo, ma non sono riuscita a fare di meglio. Faccio fatica in generale a commentare questo libro perché non c’ho capito molto. Per cercare di fare chiarezza prima di tutto con me, andiamo con ordine e partiamo dal contesto. Il libro è stato pubblicato per la prima volta in rivista nel 1966 quando l’autore aveva 37 anni, e il Narratore senza nome della storia, che parla in prima persona, posso immaginare senza troppa paura di sbagliare che sia un alter ego di Salih da giovane. Dietro la strana storia di questo giovane e di Mustafà Sa’ìd, l’uomo che incontra una volta tornato dall’Inghilterra, c’è la storia del colonialismo, o meglio, delle differenze e similitudini tra il periodo del colonialismo e quello post-coloniale. O almeno questo è quello che emerge dalla prefazione (che ho letto dopo il romanzo), perché io non l’avevo affatto capito.

La cosa credo più confusionaria ma anche più affascinante del libro è il fatto che la trama non si dipana in maniera lineare, ma ci sono continui passaggi a diverse linee temporali: il presente del Narratore e il passato di Sa’ìd si alternano in continuazione, e la storia salta da un tempo all’altro spesso senza una chiara indicazione. In particolare mentre la storia del presente procede in una sola direzione, il passato compare a caso, in maniera disordinata, buttando lì qualche informazione senza mai chiarire bene di che si tratta. Quest’ultima cosa è senz’altro quella che più mi è piaciuta perché anche se leggendo era un po’ frustrante, era comunque ciò che mi teneva attaccata al libro, il desiderio di saperne di più su Mustafà Sa’ìd. In particolare c’è il mistero su una stanza in casa sua che è sempre chiusa in cui, pare, sia nascosto il suo segreto. Sa’ìd alla sua morte lascia la chiave al Narratore, che esita ad andare ad aprire la stanza, e io ero veramente molto curiosa sul suo contenuto, solo che poi quando finalmente ci entriamo non c’era nulla di veramente nuovo, era stato tutto già detto.
Uno dei motivi principali per cui ho voluto leggere questo libro era potermi allontanare dalle solite nazionalità degli autori che leggo, e sicuramente sono stata accontentata su questo perché l’ambientazione mi ha mostrato il Sudan di quegli anni con tutte le sue particolarità e contraddizioni. Il nostro Narratore, avendo studiato, trova lavoro nella capitale, e ci mostra quindi le enormi differenze tra la vita nel suo villaggio natale, dove si lotta per migliorare la vita delle persone, e la politica nella capitale, fatta di opulenza e disinteresse. E poi il fiume Nilo, sullo sfondo del paesaggio, ma sempre presente nella vita delle persone. Il tutto visto dagli occhi di qualcuno che è stato alcuni anni all’estero, e ha quindi anche un ulteriore metro di paragone.
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| Londra negli anni 1920, dove studiò Mustafà By Jac Brun – National Library of Norway, Public Domain, Link |
I personaggi del presente sono gli abitanti del villaggio, mentre nel passato incontriamo le donne inglesi di Mustafà Sa’ìd. Lui è l’unico ad abitare entrambe le linee temporali, anche se è in quella del passato che la fa da padrone. È vissuto nel periodo coloniale, e le sue conquiste inglesi sono state per lui un po’ come una vendetta contro i colonizzatori, salvo poi tornare, anni dopo, nel Paese di origine, ma non nello stesso villaggio della sua infanzia. Sa’ìd è un uomo particolare, affascina grandemente il nostro Narratore per il mistero che lo circonda: era un genio? una spia? uno studioso? un violento con le donne? Chiunque l’ha conosciuto ne ha visto un pezzo diverso, ma ha colpito tutti, e il Narratore stesso non riesce a levarselo dalla mente, anche se alla fine non sono riuscita a capire se gli piacesse o no come persona. A me non è piaciuto, non sono proprio riuscita a vedere in lui tutto il fascino e la grandezza che gli venivano attribuiti. Ho apprezzato di più sicuramente il Narratore, anche se in fin dei conti è un personaggio minore. È sempre troppo indeciso, sembra subire la sua vita più che viverla, ed è ossessionato da questo tizio che ha conosciuto appena, però forse proprio per tutto questo mi sono sentita più in sintonia con lui, era più umano in vari sensi, l’unico in cui ci si potesse almeno un po’ identificare.
Degli altri personaggi nessuno mi è rimasto particolarmente impresso, ma mi è parso di capire che ognuno di loro (fiume Nilo compreso) era un simbolo per rappresentare qualcosa: mi spiace aver saputo questa cosa solo a lettura finita, forse mi avrebbe aiutato a entrare meglio nella storia.
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| Dal risvolto di copertina |
Commento generale.
Nel 2001 l’Accademia letteraria arabica ha dichiarato questo libro “il più importante romanzo arabo del XX secolo”, e infatti io me lo trovo iscritto alla sfida I 100 (e più) libri che rendono più ricca la nostra vita. Mi sento quindi in difetto per non averlo apprezzato come si deve, però la verità è che non l’ho compreso pienamente. Lo stile, con tutti quei passaggi da un tempo all’altro senza preavviso, è stato ostico ma indubbiamente affascinante. Leggere questo romanzo non mi è dispiaciuto (anche perché è molto corto!), non è stato per niente pesante ed ero curiosa di continuare per saperne di più su Mustafà Sa’ìd, però non mi sono sentita mai veramente coinvolta. Il segreto del protagonista mi ha intrigato e spinto ad andare a vanti, però la scoperta della verità mi è parsa deludente.
Un romanzo di cui riconosco i pregi, alcuni li ho anche molto apprezzati, ma nel complesso non mi ha convinto.
Copertina e titolo
La copertina della mia edizione soffre del difetto di un po’ tutte quelle Sellerio di avere l’immagine troppo piccola, però è bella e attinente. Il titolo è un po’ fuorviante, o, almeno, se non me l’avessero spiegato io non l’avrei capito, riguarda sempre il discorso della colonizzazione, e il fatto che molti africani migrano al nord, ovvero in Europa, per studiare.
Mini recensione
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| “P3031372 Nile Sudan” di Stefan Gara, CC BY-NC-ND 2.0 |
Sfide
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I 100 libri che rendono più ricca la nostra vita
Un po’ di frasi
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